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venerdì 24 giugno 2011

Una notte da leoni 2 (2011)


Bradley Cooper: Phil Wenneck
Zack Galifianakis: Alan Garner
Ed Helms: Stu Price
Jeffrey Tambor: Sid Garner
Sasha Barrese: Tracy
Justin Bartha: Doug Billings
Ken Jeong: Mr. Leslie Chao
Paul Giamatti: Kingsley
Jamie Chung: Lauren
Mason Lee: Teddy
Bryan Callen: Samir
Mike Tyson: Mike Tyson
Nick Cassavates: tatuatore
Regia: Todd Philips
Sceneggiatura: Todd Philips, Scott Armstrong, Craig Mazin
Fotografia: Lawrence Sher
Musiche: Christophe Beck
Scenografie: Bill Brzeski

I Leoni sono tornati! Basterebbe citare la frase che da avvio al trailer della pellicola per accendere i fan del branco che ci ha portato a Las Vegas qualche tempo fa e che ritorna, adesso, per farci rivivere un’altra goliardica avventura al limite della lucidità.
Dopo due anni da quella matta notte a Las Vegas, in cui Phil (Bradley Cooper), Stu (Ed Helms) e Alan (Zack Galifianakis) stavano per far saltare le nozze dell’amico Doug (Justin Bartha) durante l’addio al celibato, sembra che il “branco” non abbia imparato la lezione. Questa volta, le nozze sono quelle di Stu con Lauren (Jamie Chung) organizzate in Thailandia: il prossimo sposo non manca di invitare i tre amici ma non ha alcuna intenzione di tenere una festa di addio al celibato, intento ancora a rimettere insieme i ricordi della nottata a Las Vegas. Così, a due giorni dall’evento, gli amici, cui si aggiunge Teddy (Mason Lee) il fratello minore della sposa e fiore all’occhiello della famiglia, decidono di limitare i festeggiamenti ad un falò in spiaggia, trascorrendo la serata a bere birra e arrostire marshmallow. Scoprire come, la mattina seguente, Stu, Phil, Alan e Teddy si ritrovino in un losco motel di Bangkok, lo lasciamo a voi : gli indizi sono un dito mozzato, un tatuaggio in stile Mike Tyson e una scimmietta.
Non è mai facile bissare il successo di un’opera prima, con un sequel azzeccato. Probabilmente, risulta ancora più difficile quando il compito è quello di far ridere senza scadere nella ripetitività. Ci riesce perfettamente, invece, Todd Philips, regista di “Una notte da leoni”, una delle commedie meglio riuscite degli ultimi anni. Nel continuare la narrazione del folle gruppo che aveva gozzovigliato a Las Vegas, Philips realizza una pellicola che non perde di curiosità e brillantezza, basando la comicità sull’eccesso della storia stessa, che si condisce di una location ancora più “brava” della capitale del Nevada, e di eventi al limite del reale, oltre che sulla perfetta alchimia dei tre protagonisti, capaci di far ridere solo se messi insieme sullo stesso set. Il risultato è un’opera bilanciata che non scade mai nella noia e nelle esagerazioni, che trova una giusta misura ironica tra il recupero della prima avventura (nel format) e peripezie tutte nuove, giocando anche sull’ implicita partecipazione del pubblico, immerso nella ricostruzione della vicenda insieme agli attori stessi. Non arriva, quindi, inaspettata la calorosissima accoglienza ricevuta dal pubblico: in un solo weekend americano il film incassa 86 milioni di dollari, superando di 6 milioni il costo totale della produzione.
L’onda del successo del secondo film ha ancora la cresta alta ma già corrono voci di un terzo episodio. Intervistato, il regista Philips ammette: “L’abbiamo sempre pensato come una trilogia. Il terzo sarebbe il finale della storia. In più potrei dire, ma non ne ho ancora parlato con gli attori, che non seguirebbe il modello dei film precedenti ma nascerebbe da una nuova idea.” Sembra ,invece, smentirlo Zack Galifianakis, acclamato beniamino del pubblico: l’attore ha rivelato che il terzo capitolo dovrebbe incentrasi su una storia dedicata al suo personaggio, impegnato in una rocambolesca fuga da un ospedale psichiatrico, aiutato ed affiancato dai soliti tre compagni. Non ci resta che aspettare.
“E’ una commedia epica!” Così definisce il regista la pellicola: dargli torto sarebbe ingiusto.
VOTO 7/10
Marco Fiorillo
Pier Lorenzo Pisano

Esp- Fenomeni Paranormali (2011)

Sean Rogerson: Lance Preston

Juan Riedinger: Matt White

Ashleigh Gryzko: Sasha Parker

Mackenzie Gray: Houston Gray

Arthur Corber: Dr. Friedkin

Michele Cummins: Ghost

Ben Wilkinson: Jerry Hartfield

Regia: The Vicious Brothers

Sceneggiatura: The Vicious Brothers

Fotografia: Tony Mirza

Effetti Speciali: Colin Minihan

Musiche: Quynne Craddock

Scenografie: Paul Mc Culloch


Un altro ospedale psichiatrico. Un altro gruppo di giovani curiosi armati di telecamere. Porte che sbattono a loro piacimento, cigolii da brivido e fantasmi triti e ritriti. Servirebbe una resa registica almeno al livello delle pellicole che hanno lanciato la moda del “film nel film”, ma quella è l’unica cosa che in “ESP” non sembra già vista!

Il giovane Lance Preston (Sean Rogerson) è l’ideatore ed il realizzatore di ESP- Fenomeni Paranormali, una serie televisiva tutta dedicata alle suggestioni paranormali, in cui vero e finzione cinematografica si fondono coi semplici fini dell’intrattenimento e del guadagno. Per la sesta puntata, Lance e la sua troupe si recano presso il Collingwood Psychiatric Hospital, un ospedale psichiatrico del Maryland tristemente noto per i maltrattamenti subiti dai pazienti ricoverati nella struttura. Dalla chiusura, i padiglioni del complesso sembrano fare da scena a fenomeni di inspiegabile natura che hanno amplificato ancor di più l’aura di mistero e brivido. Lance non vuole lasciarsi sfuggire una location perfetta per il suo format. Svolto il solito rito delle “interviste pilotate”, il gruppo decide di farsi rinchiudere per una notte nella struttura, per verificare e riportare gli strani eventi che si consumano tra le mura dell’ospedale. Dopo essere stati raggiunti da Houston Gray (Mackenzie Gray), un falso medium integrato nel cast a rappresentanza dell’autorità competente, Lance e compagni vengono chiusi nell’edificio dal custode, Jerry (Ben Wilkinson), che alle 6.00 ritornerà a liberarli. La registrazione della puntata sembra risolversi nella routine cui il gruppo si è ormai abituato, quando strani fenomeni cominciano a manifestarsi intorno a loro: ciò che fin’ora era stata una finzione diviene realtà e quando i ragazzi, spaventati, decidono di uscire dall’ospedale, nello sfondare l’ingresso chiuso dal custode, non trovano l’esterno ma la continuazione dell’edificio stesso. Sono bloccati in un sogno onirico fuori dal tempo e dallo spazio. Ma il peggio deve ancora venire.

Fanno il loro “debutto in società” i Vicious Brothers, alias Colin Minihan e Stuart Ortiz, che puntano sulla moda horror del momento: quel “Found Footage Movie” che da “The Blair Witch Project”, passando per la fortunatissima serie dei “Paranormal Activity” arriva a “Rec”, valida interpretazione spagnola del genere. Di certo apportare un contributo innovativo e tecnicamente valido non è facilissimo ma almeno rimanere nei range qualitativi dei precedenti sarebbe quantomeno auspicabile. Non arriva alla sufficienza, invece, la pellicola dei Vicious: una regia che non riesce a sfruttare a pieno la tensione che caratterizza il filone non viene aiutata né da scelte visive dalla flebile carica né dalla narrazione pesante e contrita, la cui trama confusionaria passa dallo psichiatrico al paranormale puro, senza farsi mancare una buona dose di inutile satanismo. Eppure, il progetto poteva valersi di una storia vera che, probabilmente, mette più paura della pellicola stessa. Il Collingwood Psychiatric Hospital può vantare davvero un passato da horror: dal 1895 al 1963, anno della chiusura, l’ospedale del Maryland ha ospitato più di 80.000 pazienti affetti da disturbi mentali; la fama della struttura è legata alle barbare tecniche curative, che prevedevano torture fisiche e abituali processi di lobotomia: già nel 1930 a Colingwood erano state effettuate più lobotomie che in qualsiasi altra struttura del Paese. Il giovanissimo e sconosciuto cast non rimedia all’insuccesso, anche se spicca, tra l’opacità generale, la prova di Sean Rogerson.

La già limitata tensione della sala svanisce non appena le luci si riaccendono e scorrono i titoli di coda. Stanotte dormiremo sonni tranquilli.

VOTO 4/10

Marco Fiorillo

Pier Lorenzo Pisano

Sette anni in Tibet (1997)


Ciclo "Per non dimenticare": I Grandi Viaggi



Brad Pitt: Heinrich Harrer
David Thewlis: Peter Aufschnaiter
Ingeborga Dapkunaite: Ingrid Harrer
Dorjee Tsering: Tenzin Gyatso a 4 anni
Sonam Wanhchuk: Tenzin Gyatso a 8 anni
Jamyang Jamtsho Wangchuk: Tenzin Gyatso a 14 anni
Jetsun Pema: Madre del Dalai Lama
Mako: Tsarong
B.D. Wong: Njawang Jigme
Regia: Jean- Jacques Annaud
Soggetto: Henrich Harrer, Becky Johnston
Sceneggiatura: Jean- Jacques Annaud, Iain Smith, John H. Williams
Musiche: John Williams

Un uomo si inerpica sul sentiero della vita, superandone gli ostacoli come valichi di montagna. Attraversa le stagioni del tempo, osservando il cambiamento fuori e dentro di se. Il viaggio diviene vita e la meta si confonde quella stessa vita, non appena la pace agognata ci si pone davanti così prepotentemente che non ci accorgiamo nemmeno di averla raggiunta.
Superuomo sportivo, membro del Partito Nazionalsocialista, l’arrogante scalatore Heinrich Harrer si prepara all’impresa della vita, il raggiungimento della vetta del Nanga Parbat, il 9° vertice del Mondo indomito fin a quel momento. Nell’affrontare la sfida, ne abbandona, però, un’altra: lascia a casa la moglie, Ingrid (Ingeborga Dapkunaite), in attesa del suo primogenito. Il pensiero rivolto alla famiglia e le asperità della scalata mettono a dura prova il gruppo, guidato da Peter Aufschnaiter (David Thewlis); ben presto, le tormente di neve impediscono l’avanzamento della spedizione e costringono ad un repentino dietrofront. Sulla strada del ritorno, Harrer, Peter e compagni vengono catturati e imprigionati dai soldati inglesi: durante l’assenza dall’Europa, è scoppiata la Guerra tra Inghilterra e Germania e loro sono diventati nemici. Per due lunghi anni, Heinrich è costretto alla detenzione, resa ancor più amara dall’arrivo della richiesta di divorzio mossa dalla moglie, decisa a sposarsi con un altro uomo. Dopo svariati e rocamboleschi tentativi, ad alcuni dei compagni che insieme avevano cominciato la spedizione nel 1939, riesce la fuga. Nonostante la ritrosia iniziale, figlia di un carattere schivo e altezzoso, Harrer accetta la compagnia di Peter: i due si dirigono verso il Tibet, raggiungendo la “città proibita”, Lhasa. Qui, gli stranieri vengono accolti con calore dai tibetani, che aprono loro le porte di un mondo sconosciuto e lontano; in questo ricovero di pace, Harrer trova la forza di ascolta il cuore e cerca epistolograficamente, il figlio mai conosciuto. Il cuore, però, gli viene spezzato da una lettera molto dura del primogenito che nega qualsiasi parentela con quell’uomo di cui non aveva nemmeno mai visto il volto. Quando sembra di nuovo vicino lo sconforto, Harrer viene insignito di un grande onore: diviene il precettore del Dalai Lama, un quattordicenne molto interessato alla cultura europea. Nella giovane guida, Harrer intravede quel figlio che non ha mai conosciuto: si legherà così tanto a lui da sentire il bisogno di proteggerlo, al momento dello scoppio della guerra tra il Tibet e la Repubblica Popolare Cinese, per poi rendersi conto che il suo viaggio non si è ancora concluso.
La pellicola è liberamente ispirata al libro autobiografico scritto da Heinrich Harrer e pubblicato nel 1953, in cui lo scalatore austriaco ha riunito i ricordi relativi ai sette lunghi anni trascorsi in Tibet. L’adattamento cinematografico dell’opera, curato dal regista francese Jean- Jacques Annaud, perde il rigore narrativo del “diario di cronaca” per lasciar spazio ad un intricato sistema tematico. Così, il Viaggio diviene opportunità di cambiamento, in cui il sentiero porta al cambiamento, quasi alla “purificazione”, di un uomo che non ha mai ascoltato il proprio cuore, vestendosi della rigidezza e della superbia di quelle stesse vette che tanto lo affascinano. Il percorso porta l’uomo verso un nuovo modo di concepire l’esistenza, verso una nuova saggezza, senza la quale il cambiamento sarebbe rimasto incompiuto. Prende forma un attento gioco di paragoni tra culture lontanissime, riunite nel posto e nel modo meno probabili, come a testimonianza di un miracolo. Si trova spazio, inoltre, per una digressione critica nei confronti del peso dei conflitti bellici, arrivati a deturpare una pace ben più radicata che in qualsiasi altro luogo. Il tutto è arricchito da riprese di paesaggi che ammutoliscono per bellezza e candore. Il proposito poetico dai molteplici livelli, che la pellicola si propone, si sgretola miseramente dinanzi ad una narrazione poco interiorizzata, quasi “documentaristica”, in cui i sentimenti sembrano accennarsi e mai svelarsi nella proprio pienezza. A ciò, si aggiunge un’eccessiva durata che lede nel godimento della pellicola.
La direzione di Annaud e la rivisitazione cinematografica del romando condotta da Becky Johnston sembrano allontanarsi troppo dall’opera di Harrer. La sensazione vale anche per l’interpretazione di Pitt, il cui cambiamento, da muscolare interprete di un’ideologia politica ad uomo finalmente cresciuto, risulta privo di veridicità e forza emotiva. Buona la prova di Thewlis, che si spiana il terreno per lavori successivi. Spiccano, dietro le cineprese, le fatiche dell’intramontabile maestro John Williams e la fotografia di Robert Fraisse, vivida e d’impressione.
All’uscita, il film fu accolto da una critica particolarmente negativa e venne condannato dalla Repubblica Popolare Cinese, che accusò la produzione tutta d’aver realizzato un’opera di parte. Non è un caso se il regista e i due attori principali sono stati banditi per sempre dalla Cina.
Una curiosità: fu dichiarato che il film era stato girato in Argentina, per la maggior parte, e in Nepal, Austri e Canada; due anni dopo la realizzazione della pellicola, il regista svelò che alcune riprese erano state fatte segretamente in Tibet, per un totale di 20 minuti di girato.
Considerati l’entourage tecnico ed il cast, le location e la storia, ci si aspettava probabilmente qualcosa di più. La tensione emotiva sempre accennata, il vertice narrativo mai raggiunto e una storia fatta di varie anime tenute insieme con poco collante, non permettono l’ingresso dell’opera nel paradiso del successo.
VOTO 6/10
Marco Fiorillo
Pier Lorenzo Pisano

Lawrence d’Arabia(1962)


Ciclo "Per non dimenticare": I Grandi Viaggi



Regia:David Lean
Soggetto:Thomas Edward Lawrence (appunti)
Fotografia:Freddie Young
Peter O'Toole: Thomas Edward Lawrence
Alec Guinness: Emiro Faysal (futuro Faysal I d'Iraq)
Anthony Quinn: ‘Awda Abū Tayy
Jack Hawkins: Gen. Lord Edmund Allenby
Omar Sharif: Sharīf ‘Ali ibn al-Kharīsh
José Ferrer: Bey turco, comandante d'una guarnigione
Anthony Quayle: Col. Harry Brighton
Claude Rains: Mr. Dryden
Arthur Kennedy: Jackson Bentley
Donald Wolfit: Gen. Sir Archibald Murray
I.S. Johar: Qāsim
Gamil Ratib: Maǧīd
Michel Ray: Farrāǧ
John Dimech: Daʿūd
Zia Mohyeddin: Tafas

Lawrence d’Arabia è un film imponente, di respiro epico, forse “Il”film epico, una pietra miliare del cinema rispetto alla quale tutti i film successivi (uno su tutti, “The english patient”)hanno dovuto fare i conti e subire forti suggestioni e condizionamenti da cotanto modello. Senza contare l’enorme numero di registi che sono stati influenzati dalla visione di questo capolavoro tra i quali ricordiamo Steven Spielberg, che ha definito il film un "miracolo".

Ispirato alla affascinante storia del tenente Thomas Edward Lawrence, personaggio dai tratti chiaroscuri, che alterna un idealismo incrollabile ed un’altissima fiducia in sé stesso, ad aspri momenti di scetticismo, delusione e perdita di un senso. Lawrence si trova a rappresentare un paese, la Gran Bretagna della prima Guerra Mondiale, subdolo e contraddittorio nei confronti del popolo arabo, ma allo stesso tempo subisce il fascino del deserto e sente in sé grande affinità con le genti del deserto.

La ricostruzione storica è accuratissima, nei costumi e nel ricreare le norme sociali della colonia inglese. Tuttavia numerose sono le imprecisioni a livello storico, sulle quali non ci soffermiamo, poiché certi episodi sono abbastanza romanzati, ed è stato in parte alterato quello che davvero Lawrence era (anche se la vicenda del film è stata tratta dagli appunti di Lawrence stesso), ma tutto ciò è in favore di grande livello di spettacolarità e coinvolgimento. Il gioco valeva la candela.

Questo grande kolossal in costume è cosi imponente e con scene di guerra così bene allestite e credibili da fare invidia ai moderni blockbuster. La fotografia di Freddie Young è magistrale e gli valse il primo dei suoi tre Oscar alla fotografia ed un Golden Globe. Sullo schermo si susseguono scene potenti ed evocative, superbe e poetiche, la telecamera incornicia ambienti naturali meravigliosi, espressioni e volti intensissimi e ricrea con maestria le sensazioni e le situazioni esplosive suscitate della prima Guerra Mondiale.

La costruzione psicologica del personaggio di Lawrence è molto interessante. Una persona singolare, sicuramente un grande uomo, forse però non sempre in grado di sopportare il peso di quello che sta creando, e con alcuni tratti di personalità molto oscuri ed inspiegati, ma che rendono ancora più vivo il personaggio, reso da un Peter O'Toole che pare prendere vita e balzare fuori dallo schermo.

Inoltre è da sottolineare come le grandi interpretazioni, la splendida fotografia sopracitata, l’incalzare delle vicende ed il grande ritmo, contribuiscono a fare di questa pellicola un capolavoro senza tempo che non mostra minimamente segni di cedimento dopo cinquant’anni. È bello, o forse triste, a seconda dei punti di vista, pensare a come un film del 1962 sia rimasto insuperato per bellezza anche confrontandolo a film simili attualmente in produzione. I dialoghi, l’azione, la componente estetica, tutto è perfettamente bilanciato.

Voto: 9/10
Pier Lorenzo Pisano
Marco Fiorillo

mercoledì 8 giugno 2011

Paul (2011)


Simon Pegg: Graham Willy
Nick Frost: Clive Gollings
Kristen Wiig: Ruth Buggs
Jason Bateman: Agente Speciale Lorenzo Zoil
Jane Lynch: Pat Stevenson
Sigourney Weaver: “The Big Guy”
Blythe Danner: Tara Walton
John Carroll Lynch: Moses Buggs
Jeffrey Tambor: Adam Shadowchild
Regia: Greg Mottola
Sceneggiatura: Simon Pegg, Nick Frost
Fotografia: Lawrence Sher
Musiche: David Arnold
Scenografie: Jefferson Sage

Spassoso, cinico e leggermente in sovrappeso. Sarebbe un amico come un altro, se non avesse la pelle verde e non venisse da un altro Pianeta. Mottola squarcia nuovamente il velo della volta celeste, vestendo di ironia e disillusione anni di suggestioni fantascientifiche, nel tentativo di sfatare un mito fin troppo abusato.
Graham e Clive (Simon Pegg e Nick Frost) sono due nerd britannici giunti a San Diego per il ComiCon. A seguito della fiera, decidono di visitare i più famosi siti di avvistamenti alieni: si spostano, così, da Vasquez Rock all’Area 51, per arrivare alla Alien Mailbox, dove sono protagonisti di un incontro fin troppo ravvicinato. Fanno la conoscenza di Paul, un irriverente alieno atterrato sulla Terra negli anni ’40 che, dopo anni di collaborazione con la razza umana, tenta il ritorno sul pianeta natale, ostacolato dall’agente Zoil (Jason Bateman), alle dipendenze di un misterioso “capo” (Sigourney Weaver). I due inglesi rappresentano l’unica speranza di salvezza per Paul che, a bordo del loro caravan, tenta di raggiungere il punto di randevouz stabilito con i compatrioti. Sulla strada, i tre avranno modo di imbattersi nella famiglia Buggs, Moses (John Carrol) e la figlia Ruth (Kristen Wiig), infarciti di una rigorosa fede. Incontreranno, inoltre , Tara (Blythe Danner), che ha ancora un conto in sospeso con Paul.
La pellicola da vita all’interessante proposito di affrontare con leggerezza e divertimento il mondo cinematografico della fantascienza, inteso prima di tutto come parte integrante del mitico folklore americano, alimentato da anni di leggende e fanatismo. È così che i primi alieni sullo schermo sono proprio Graham e Clive: stranieri in terra straniera, sembrano provenire da un “Mondo” diverso, quasi da un “Mondo” più evoluto: la loro amicizia viene additata e derisa da tardivi forestieri da bar e la loro scienza viene considerata eretica da una “medievale” famiglia che fa della fede cattolica il pane quotidiano. La polemica tutta britannica cede il passo al vero protagonista, un alieno tutto parolacce e battute che stravolge completamente il puerile concetto di alieno, dimostrandosi molto più terrestre dei suoi grandi “predecessori” cinematografici. Per portare a completamento l’ironica revisione, vengono caricaturati alcuni dei momenti più importanti della storia del cinema di genere: le magliette indossate dai protagonisti, l’irriverente telefonata di Paul a Steven Spielberg alle prese con una sceneggiatura riguardante un alieno (si tratta ovviamente di E.T.), il richiamo al motivo musicale che si sente nella taverna di Mos Eisley (in cui Ben Kenobi e Luke Skywalker incontrarono per la prima volta Han Solo e Chewbecca, in “Guerre Stellari- Una nuova speranza), gli evidenti tributi, sul finire del girato, a “Indipendence Day” e, ancora una volta, a “E.T.”. Non sembra da attribuire al caso, nemmeno la scelta di avere nel cast Sigourney Weaver, la protagonista della famosissima serie “Alien”.
Sono ancora ben oleati i meccanismi che animano la coppia Pegg- Frost: i due, legati da una strettissima amicizia anche al di fuori del set, lavorano insieme dai tempi di “Spaced”, godendo della costante direzione di Edgar Wright, regista anche di quel “L’alba dei morti dementi”, tanto apprezzato proprio da Romero che chiese ai due di figurare in un cameo nel suo “La terra dei morti viventi”. Questa volta si sente la mancanza di Wright, “sostituito” da Greg Mottola: dopo i successi di “Suxbad” e “Adventureland”, va scemando il talento creativo del regista che, con “Paul”, mette in scena una semplice commedia divertente, i cui motivi “seriosi” e le trame narrative risultano sempre solo abbozzate e tese verso un finale fin troppo prevedibile e bonario; il valore aggiunto risiede nella resa del legame amicale tra i protagonisti, particolare sempre caro a Mottola. Al fianco del duo di punta, attori di medio calibro tra cui spicca, appunto, Sigourney Weaver e Blythe Danner, madre di altri due talenti hollywoodiani, Gwyneth e Jake Paltrow. Musica l’opera David Arnold, compositore delle colonne sonore di film di genere come “Stargate” e “Indipendence Day” e di tutti gli episodi dedicati all’agente 007, a partire dal 1997.
Nella versione originale, Paul viene doppiato da Seth Rogen, giovane attore e sceneggiatore canadese. Nella versione italiana viene scelta la voce di Elio: una scelta assolutamente azzeccata, considerando la fama che accompagna il musico di Milano che, intervistato ammette: “L’alieno un po’ mi assomiglia!”
Si tratta, dunque, di un film che, se affrontato senza attese narrative e aspettative critiche, risulta godibile nella sua cornice di commedia ironica.
VOTO 5/10
Marco Fiorillo
Pier Lorenzo Pisano

Un sogno per domani (2000)

Ciclo "Per non dimenticare": Eroi senza costume







Regia: Mimi Leder
Haley Joel Osment : Trevor McKinney
Helen Hunt : Arlene McKinney
Kevin Spacey : Eugene Simonet
Jay Mohr : Chris Chandler
James Caviezel : Jerry
Jon Bon Jovi : Mr. McKinney
Angie Dickinson : Grace
Marc Donato: Adam

Eugene Simonet (Kevin Spacey), un insegnante di scienze sociali, assegna ai suoi giovani studenti undicenni il compito di pensare se il mondo va loro bene così com’è o se hanno qualche idea per migliorarlo.
Trevor McKinney (Haley Joel Osment), col suo “passa-favore” riuscirà davvero a cambiare il mondo.

Tutta la vicenda ruota attorno al triangolo costituito dai tre protagonisti, Eugene, Trevor e sua madre Arlene (Helen Hunt): offrono delle interpretazioni intensissime e fanno sì che sullo schermo prendano forma i problemi sociali e personali che li affliggono. Nessuno ha avuto un’infanzia facile, nessuno riesce davvero a sentirsi bene con se stesso, tutti hanno scheletri nell’armadio e fuggono dai fantasmi del passato, ma la soluzione è proprio il “passa-favore” che permetterà ai protagonisti di avere il coraggio di fare scelte per sbloccare le loro drammatiche situazioni.

Ogni personaggio è delineato molto vividamente, probabilmente anche perché il film è un adattamento del romanzo “La formula del cuore” di Catherine Ryan Hyde. Da notare anche l’estrema originalità nel trattare tematiche di disagio sociale trite e ritrite in una nuova, positiva, chiave, anche se con un dramma di fondo.
Poiché i riflettori sono puntati sui tre protagonisti, ogni altra storia è di contorno all’interno del film,ma tutte convergeranno del drammatico finale.

Le figure di Eugene ed Arlene hanno molti punti in comune, entrambi con un’infanzia a dir poco terribile alle spalle, hanno reagito diversamente. Eugene ha fatto della sua vita una serie di eventi prestabiliti e regolari e si è istruito cercando di compensare, con l’intelletto, il suo handicap fisico. Arlene ha annegato i suoi problemi nell’alcol e nella ricerca di rifugio e certezze in altre persone: a pagarne il prezzo è stato Trevor, che vive con grande disagio le menzogne e l’alcolismo materno e la mancanza di una figura paterna.

Tuttavia Trevor è benedetto da un intuito e da un’intelligenza superiore e soprattutto da una grande generosità. I suoi discorsi mettono spesso alle strette gli “adulti” e la sua visione del mondo è totalmente disincantata. La sua rivoluzionaria idea, nata come progetto scolastico, è destinata a fare molta strada e a dimostrare che dopotutto gli uomini non sono così malvagi.

Nonostante le tematiche trattate rischiassero di fare cadere il film in un patetismo esasperato, il tutto risulta molto godibile, appassionante e ben scandito. Non lascia mai lo spettatore soddisfatto, il che è sempre un bene.

Voto:8/10

Pier Lorenzo Pisano
Marco Fiorillo

lunedì 6 giugno 2011

Patch Adams (1998)

Ciclo per non dimenticare: "Eroi senza costume"


Robin Williams: Hunter Patch Adams
Daniel London: Truman Schiff
Monica Potter: Carin Fisher
Philip Seymour Hoffman: Mitch Roman
Bob Gunton: Decano Walcott
Josef Sommer: Dr. Eaton
Ellen Albertini Dow: Aggie Kennedy
Irma P. Hall: Joletta
Michael Jeter: Rudy
Regia: Tom Shadyac
Soggetto: Hunter Adams, Maureen Mylander
Sceneggiatura: Steve Oedekerk
Fotogragia: Phedon Papamichael
Musiche: Marc Shaiman
Scenografie: Linda de Scenna

Prendete muscoli d’acciaio, poteri mutanti, costume e mantello, esperimenti governativi e disfatevene. Prendete un fucile, un distintivo, una manichetta o un seggio elettorale e disfatevene. Togliete il camice, i buoni propositi e le parole pompose. Per essere degli eroi a volte basta indossare una camicia variopinta e un largo sorriso, armarsi di pazienza e voglia d’ascoltare. Una lezione per il cinema ma, soprattutto, per la vita.
In preda alla depressione ed allo sconforto, Hunter Adams, tenta il suicidio. Spaventato dalle possibilità della sua coscienza, decide di internarsi di sua volontà, speranzoso di ricevere sollievo da medici e medicine. Di certo l’ospedale impone un cambiamento drastico, tuttavia il sollievo cercato arriva dai pazienti stessi: posto di fronte alla vera sofferenza, comprende la vera fortuna che ha nel vivere la propria vita. Prendersi cura dei nuovi amici vuol dire per Hunter sgombrare la mente dal dolore che si porta dentro. Così Hunter diviene “Patch” secondo la definizione del “malato” Arthur, ex magnate industriale affetto, ora, dalla sindrome del genio. Patch matura, così, la voglia di portare l’entusiasmo, il sorriso e l’aiuto che può dare, fuori dalle mura dell’ospedale; comincia gli studi di medicina, sconvolgendo quell’ambiente referenziale e austero, impersonato dalla figura del Decano Walcott (Bob Gunton) con la sua allegria e i suoi metodi anticonvenzionali. Supportato dai compagni Truman (Daniel London) e Mitch (Philip Seymour Hoffman) e dalla bella Carin (Monica Potter), con cui vivrà un’intensa storia d’amore, darà forma al suo sogno: un ospedale gratuito dove il paziente è anche medico, dove la prima cura è la compassione e l’empatia ed un abbraccio. Purtroppo, Patch non ha ancora finito di pagare il proprio debito alla vita e gli è riservata ancora una parte di dolore: verrà posto di nuovo dinanzi ad una scelta, abbandonarsi al dolore o fare di quell’allegria anche la propria cura.
La pellicola è tratta dal libro “Gesundheit: Good health si a laughing matter”, autobiografia di Hunter Adams, riconosciuto a tutti gli effetti come l’ideatore di quella particolare forma di terapia olistica, la “clown terapia”, che ha sconvolto radicalmente l’approccio dei medici alle malattie e ai malati.
Sullo schermo ci viene presentato un Adams fortemente provato da vicissitudini solo accennate. Ricordiamo che ,a soli sedici anni, Hunter, dopo aver ritrovato il padre di ritorno dalla guerra, lo perse per sempre, causa infarto; raggiunse lo zio in Virginia ma qui la “riabilitazione” fu impossibilitata dal sopraggiungere di un’ulcera (mal curata) e dal suicidio dello zio. Hunter privo di qualsiasi appiglio, tentò più volte il suicidio, poco convinto. Così lo ritroviamo internato volontario in un ospedale psichiatrico: Hunter scampa alla dipartita e prepara, in questo modo, il terreno per una vera e propria rinascita. Seppur breve, la permanenza in ospedale gli permette di capire che forma ha il vero dolore, il dolore di quei malati abbandonati all’indifferenza di un Mondo che li rifiuta. Dimentica le proprie sofferenze occupandosi di quelle della sua nuova famiglia che, inconsapevolmente, sta dando vita a qualcosa di grandioso: Hunter si rivolge ai “pazienti” col sorriso e non con un referto medico, ascolta le loro parole sconnesse e ne fa un gioco, donando aiuto e calore umano. Al ritrovato entusiasmo vanno strette le mura dell’ospedale, così, Patch, comincia gli studi di medicina, convinto di poter ottimizzare al meglio la propria teoria: “Per diventare medici dobbiamo curare il paziente oltre che la malattia!”. Come il vero Adams, anche il Patch di Williams si dimostra impaziente nel cercare quel rapporto diretto col malato: poetiche e drammatiche le scene che lo ritraggono intento a portare sollievo in un reparto di oncologia infantile, dove terapie ed antidolorifici non reggono il confronto con un naso di gomma. Se è facile immaginare quanto l’atteggiamento anticonformista ed aperto dello studente possa aver imbarazzato e sconvolto l’ambiente dotto della medicina, possiamo capire le reazioni scatenate dal suo progetto di costruire un ospedale totalmente gratuito in cui accogliere a braccia aperte chiunque sia bisognoso di cure o conforto, a patto che questi si integri al personale stesso della struttura per offrire, a propria volta, cure e conforto. E’ da quest’idea che prese vita il Gesundheit Hospital, fondato nel 1971, che ancor’oggi è il centro di un attivismo di pensiero e di fatto del tutto avviato. Nella pellicola trovano spazio una critica, malamente velata, al rinomato problema assicurativo americano e una drammatica storia d’amore: Patch si lega profondamente ad una studentessa, Carin, la quale, per poterlo ricambiare, dovrà vincere prima i fantasmi del suo passato .
Nei panni del “medico” Patch, uno splendido Robin Williams capace, ancora una volta, di emozionare anche col sorriso, riuscendo di avvicinare ed amalgamare perfettamente il dramma e la commedia. Si dispiega attorno al protagonista un universo di personaggi/attori che contribuiscono in maniera evidente al successo dell’opera. Philip Seymour Hoffman e Monica Potter danno sfoggio di valido talento, così come si distinguono il giovane Daniel London ed i consumati Bob Gunton e Josef Sommer. Una menzione a parte la merita Michael Jeter: l’attore statunitense si consumò lentamente nella droga e nell’alcol, fino a quando non trovò la morte a causa di un attacco epilettico, nel 2003 (all’epoca aveva già contratto l’AIDS): al suo funerale lo ricordarono Kevin Costner, Tom Hanks e lo stesso Robin Williams.
Alla regia Tom Shadyac trova l’unico dramma della carriera, si era dedicato, in precedenza, e si dedicherà, in seguito, a lavori meno “impegnati”. Vanno ricordati Papamichael, direttore della fotografia, ed il compositore Marc Shaiman, in lizza per l’Oscar di quell’annata.
Il film viene accolto dal plauso della critica e da incassi da record: solo negli USA viene raddoppiata la cifra stanziata per la produzione, circa 50 milioni di dollari. Non è così benevolo Hunter Adams: il medico si lamenterà a posteriori di come la pellicola abbia banalizzato sulla caratterizzazione del proprio personaggio, nel tentativo di mettere in moto una semplice “macchinazione economica”. In particolare, Adams si scagliò contro Williams: “Ha fatto 21 milioni di dollari per fingere di essere me per quattro mesi e non ha dato nemmeno 10 dollari per il mio ospedale gratuito!”
La critica del medico non sembra sminuire la poesia, la forza emotiva di una narrazione appassionata e mai banalizzata da un’ ”eccessiva allegria”. Una pagina eroica della storia del cinema.
VOTO 8/10
Marco Fiorillo
Pier Lorenzo Pisano