
Maria Bello: Mara
Pier Lorenzo Pisano
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Chloe Moretz: Abby
Kodi Smit-McPhee: Owen
Richard Jenkins: Padre di Abby
Jimmy “Jax” Pinchak: Mark
Sasha Barrese: Virginia
Chris Browning: Jack
Cara Buono: Mamma di Owen
Elias Koteas: Poliziotto
Seth Adkins: Seth
Dylan Minnette: Kenny
Regia: Matt Reeves
Soggetto: John Ajvide Lindqvist
Sceneggiatura: Matt Reeves
Fotografia: Greig Fraser
Musiche: Michael Giacchino
Scenografie: Ford Wheeler
Il titolo “Blood Story”, scelto per la distribuzione italiana in luogo dell’originale “Let me in”, può depistare lo spettatore preparatosi a due ore di terrore e suspances. Sfatate fin da subito le aspettative, ciò che si trova davanti è un delicato dramma adolescenziale che dell’horror conserva ben poche caratteristiche.
Owen (Kodi Smith-McPhee) è un introverso dodicenne che abita nella sperduta Los Alamos, in Nex Mexico, dove si divide tra le continue battaglie dei genitori, prossimi al divorzio, e i continui maltrattamenti dei compagni di classe. Sembra che l’unica che capisca il suo stato d’animo sia la coetanea Abby (Chloe Moretz), da poco trasferitasi insieme al padre. La giovane, nonostante ostenti una stranezza più evidente di quella di Owen, comprende la sua esigenza di amicizia e la sua voglia di rivalsa. Tra i due nasce un tenero sentimento diviso tra un’amicizia e un ingenuo amore, che prenderà una piega del tutto inaspettata: la stravaganza della ragazza nasconde un terribile segreto che l’ha accompagnata per tutti i suoi apparenti dodici anni.
“Blood Story” è il rifacimento dell’acclamatissima pellicola svedese “Lasciami Entrare”, diretta dal regista Tomas Alfredson. Entrambi i film si ispirano all’omonimo romanzo di John Ajvide Lindqvist, scrittore nato in Svezia principalmente orientato al genere horror, tanto da guadagnarsi il “titolo” di “Stephen King svedese”. Il libro vantava un’originalissima trasposizione dell’infanzia e dei suoi alchemici meccanismi in chiave “horror”, usufruendo di una vampira come protagonista: lo scalpore e le ottime critiche destate lo rese subito soggetto di una riduzione cinematografica. Il tutto, però, rimase confinato in terra svedese, scelta che ne lese il boom mediatico. Da questa considerazione, quasi del tutto commerciale e poco artistica, nasce il progetto del regista statunitense Matt Reeves,come confermato dalle sue stesse parole: “Ho letto il romanzo che mi ha veramente catturato, la storia non mi mollava. Mi ha ricordato la mia infanzia essendo cresciuto in quel periodo ma, ovviamente, non in Svezia. Così ho scritto a Lindqvist e gli ho detto che mi affascinava quella storia di adolescenti ed il modo meraviglioso in cui ha perso la figura mitica del vampiro e l’ha trasformata”. Così rapito dal prodotto di fondo, Reeves ha deciso di “tradurlo” per il pubblico patrio, rimanendo fedele al ritmo originale delle pagine, prima, e del grande schermo, poi.
Alla maniera americana, tutto diviene leggermente più accentuato: il rapporto tra i due ragazzini si fa più esplicito e concreto, i problemi dell’adolescenza vengono proposti con maggior chiarezza e, ovviamente, viene sparso più sangue. La chiave di lettura rimane, però, sostanzialmente la stessa: a dominare è un equilibrio di fondo, rispettato nonostante l’inserimento di alcune scene “d’azione/horror”. Se c’è qualcosa che cambia con maggior evidenza è lo spostamento dell’attenzione dal condominio che ospita la vicenda ai due giovani protagonisti, sui cui vengono costantemente puntati i riflettori in favore di una resa più intimistica tutta statunitense.
Dopo ben due pellicole, nel 2010 è stata annunciata una collaborazione tra la Hammer Film Productions e la Dark Horse Comics finalizzata alla realizzazione di una graphic novel, dal titolo “Let me in: Crossroads”, prequel agli eventi narrati da Lindqvist. Il romanziere non sembra aver accolto bene la notizia: “Nessuno mi ha chiesto nulla in proposito e penso che il progetto faccia schifo. Sto esaminando la questione e mi auguro che non abbiano alcun diritto di farlo”.
Il rifacimento curato da Matt Reeves, regista del poco apprezzato “Cloverfield”, ha il merito di portare sulla scena due talentuosissime promesse. La georgiana Chloe Moretz, che esordì nei due horror “Amityville Horror” e “The Eye”, suggella il proprio talento nell’ultimo anno, vestendo i panni della giovane eroina in “Kick-Ass” e di Abby proprio in “Blood Story”; al suo fianco Kodi Smith-McPhee, che impressiona per un’espressività fuori dal comune.
Nonostante il precedente svedese e le origini prettamente industriali del progetto americano, “Blood Story” si guadagna una medaglia d’argento più che meritata. Il duplice passaggio dal cartaceo al cinema poteva smarrire l’originale fascino del soggetto, strada che viene abilmente evitata.
VOTO 6/10
Marco Fiorillo
Pier Lorenzo Pisano

Thomas Haustein: Detlef
Jens Kuphal: Axe
Rainer Woelk: “Pollo”
Jan Georg Effler: Bernd
Christiane Reichelt: Babsi
Daniela Jaeger: Kessi
Kerstin Richter: Stella
David Bowie: se stesso
Regia: Uli Edel
Soggetto: Kai Hermann, Horst Rieck
Sceneggiatura: Herman Weigel
Fotografia: Justus Pankav, Juergen Juerges
Musiche: David Bowie
Berlino, 1974. È all’ombra del Muro, nel quartire dormitorio di Gropiussstadt, che si consuma l’adolescenza di Christiane. Tredici anni e una famiglia distrutta, di sera fugge dalla squallida e buia periferia per trascorrere il suo tempo al Sound, discoteca e punto di ritrovo per ogni giovane Berliner. E proprio qui, sceglie di “provare” un acido, per sentirsi parte del gruppo. Al concerto di David Bowie assume eroina per inalazione e l’anno dopo “se la spara” in vena, nei bagni pubblici della Bulowstrabe. E via alla spirale.
Assieme al bisogno di droga nasce l’amore per Detlef, tossicodipendente che batte i marciapiedi della stazione per clienti omosessuali, per procurarsi la roba.
Al suo primo tentativo di disintossicarsi, C. entra in crisi di astinenza. Al verde, si abbandona alla prostituzione. Senza tregua, seguono la rottura con Detlef e la morte di alcuni amici, vittime della droga. In extremis, disperata, tenta il suicidio per overdose.
Nessuna accattivante ripresa cinematografica, nessuna traccia di poesia tra le battute, nessuna giustificazione o moralistico sproloquio. Solo vita vera e cruda che cresce nell’indifferenza più straziante. Pellicola che darà immagini, musica e colori all’inchiostro dell’omonimo libro, quest’ultimo risultato finale di una lunga intervista a Christiane Vera Felscherinow, nel carcere di Neukolin, durante il processo per spaccio e consumo di sostanze stupefacenti, in cui la giovane è testimone ed imputata.
Sulle note di “Helden”- versione tedesca della notoria “Heroes”- The Thin White Duke fa da colonna sonora al film, con un sound ibrido di rock ed elettronica d’avanguardia. Voce potente ed espressiva che si staglia sullo sfondo di una gelida Berlino per rappresentare l’angoscia e lo stato di alienazione di una generazione in caduta libera.
Un perfetto esempio di Cinèma Veritè.
VOTO 7/10
Laura Vitiello
Marco Fiorillo
Pier Lorenzo Pisano
