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mercoledì 20 luglio 2011

A spasso nel sogno- 74° Compleanno di Cinecittà


Compie gli anni Cinecittà, ma sono gli “invitati” a ricevere il regalo. In occasione del suo 74° compleanno, la Casa Italiana del Cinema apre le porte a visitatori ed appassionati, mostrandosi per la prima volta ai non addetti ai lavori. Una storia di passione e dura dedizione, che comincia nei primi anni ’30, quando la cultura fascista fece del cinema uno dei propri mezzi di espressione e diffusione: le produzioni italiane cominciavano, così, a farsi strada nel panorama internazionale. Ad accogliere i “lavori in corso”, il primordiale istituto Cines, operativo fino al 1935, anno in cui un inspiegabile incendio mediatico pose le basi per l’inizio di una nuova era del grande schermo. Poco più tardi, venne individuato un terreno adatto all’edificazione di nuovi studi di riprese: il numero 1055 di Via Tuscolana si preparava ad accogliere Cinecittà.

Percorrere 100 metri all’interno di Cinecittà è un’esperienza visivamente affascinante.

Sotto i nostri piedi scorrono il pietrisco della Broadway dei primi del ‘900, l’asfalto della Roma moderna, l’Opus Reticulatum della Roma repubblicana. Gli imponenti set di “Gangs of New York” e del recente telefilm “Rome”, colpiscono per l’accuratezza certosina della ricostruzione, e nella loro effimera consistenza, vetroresina e travi di legno, racchiudono la magia dell’inganno cinematografico.

La mostra offre anche un approfondimento sull’elaborazione dei film, passo per passo. Fa del suo punto di forza i suggestivi costumi di produzioni leggendarie come “Cleopatra”, “L’ultimo imperatore”, “Il paziente inglese”, “Il nome della rosa”. Accompagna il visitatore attraverso le varie fasi della lavorazione fino alla postproduzione.

Si parla anche della storia di Cinecittà con le inedite riprese dei provini per la scuola di Cinema, dove riconosciamo attori di differenti generazioni, tra cui una giovanissima Raffaella Carrà ed un impacciato Scamarcio.

Momento di avvicinamento e conoscenza per i meno appassionati, la Mostra diviene, per chi del cinema ha fatto una parte della propria vita, un privilegio, un’occasione indimenticabile che non andrebbe persa. Se viste dall’esterno le mura di Cinecittà sono i confini di una misteriosa fabbrica dei sogni, all’interno abbracciano un mondo impalpabile e fragile, che esiste solo per poco tempo nella realtà ma rimane per sempre nelle menti e nei cuori degli spettatori di tutti i tempi.

Pier Lorenzo Pisano

Marco Fiorilo

sabato 16 luglio 2011

Il Signore degli Anelli (1978)

Ciclo "Per non dimenticare": Ritornare bambini...


Regia: Ralph Bakshi

Soggetto: J. R. R. Tolkien

Sceneggiatura: Chris Conkling, Peter S. Beagle

Art Director: Madlyn O’Neill

Fotografia: Timothy Galfas

Effetti Speciali: James W. Riley

Musiche: Leonard Rosenman

Scenografie: Madlyn O’Neill

Produttore: Saul Zaentz


Prima dello scoppio della “Tolkien- mania”, prima del successo mediatico e del merchandising, l’universo partorito dallo scrittore britannico fu un lungometraggio d’animazione destinato a piccini e non, già testimone del fondamentale ruolo di quella cassa di risonanza, che è il cinema.

La storia ha inizio con la creazione degli Anelli: tre furono donati agli Elfi, sette ai Nani e nove agli Uomini. Tutti loro, però, furono ingannati: in segreto, il malvagio Sauron aveva forgiato un anello in grado di sopraffare il potere di tutti gli altri. Una dura battaglia fu combattuta per difendere la libertà dei popoli della Terra di Mezzo: Isildur, figlio del Re degli uomini, riuscì a sopraffare Sauron, impossessandosi dell’anello sovrano. Tuttavia, il potere dell’anello sopraffaceva ogni padrone che non fosse il suo creatore: il monile attraverso, così, le ere del tempo, attendendo paziente il ritorno del suo vero possessore. Raggiunse le grinfie di un “mezz’uomo”, lo hobbit Smeagol: l’anello lo consumò, cambiò i suoi tratti e il suo carattere, lo sfigurò in un mostro dal nome Gollam, fino a quando non scelse un altro portatore, lo hobbit Bilbo Baggins.

Per anni, l’anello rimase nella contea Baggins, fin quando Bilbo non lasciò la sua casa, lasciandolo al nipote Frodo Baggins, come suggeritogli dall’amico e stregone Gandalf. Diciassette anni dopo, Frodo fu raggiunto dallo stesso Gandalf che lo informò della necessità della sua immediata partenza: il malvagio Sauron aveva scovato l’anello e si preparava a recuperarlo. Frodo partì, così, alla volta di Brea, insieme al fidato Sam ed ai cugini Peregrino Tuc e Mariadoc Brandibuck. Al piccolo villaggio, dove avrebbero dovuto incontrare Gandalf, incontrano il ramingo Aragorn, della casa di Isildur, che li salva dall’arrivo dei Cavalieri Neri, servi di Sauron. Il gruppo riparte, questa volta per raggiungere Collevento: qui, vengono nuovamente attaccati dai Cavalieri, che riescono a ferire Frodo. Lo hobbit viene repentinamente scortato presso Gran Burrone, reame di Elrond, Signore degli Elfi, dall’accorrente Legolas, un elfo amico di Aragorn.

A Gran Burrone, un concilio dei popoli della Terra di Mezzo dà vita alla Compagnia dell’Anello, avente il compito di condurre l’anello tra le fiamme del Monte Fato, l’unico luogo dove può essere distrutto. I quattro hobbit, vengono affiancati, così, da Aragorn, Gandalf, Legolas, Gimli il nano e Boromir, figlio del Re di Gondor. Il cammino della Compagnia, fitto di pericoli ed ostacoli, porta nelle miniere di Moria, dove perde la vita lo stregone Gandalf, nel combattimento con un demone Balrog. Dopo il successivo passaggio per il reame della Dama Galadriel, Signora degli Elfi, la Compagnia si disgrega: Frodo e Sam continuano solitari il viaggio verso Mordor, Merry e Pipino vengono catturati da un gruppo di orchi, colpevoli anche della morte del prode Boromir, mentre Aragorn, Legolas e Gimli partono all’inseguimento del gruppo di orchi.

Frodo e Sam fanno la conoscenza del viscido Gollam, che, ancora sottomesso al potere dell’anello, accetta di guidarli verso i cancelli di Mordor. Intanto, Aragorn, Legolas e Gimli, impegnati nella ricerca degli altri due hobbit, sfuggiti agli orchi e scappati nella foresta di Fangren, si imbattono in Gandalf, che rivela loro di aver vinto il Balrog in una battaglia furente. I quattro raggiungono, così, la casa di Re Theoden, il Regno di Roan: il Re viene prontamente sottratto alle grinfie di Grima Vermilinguo, servo di Sauron, e riportato alla ragione da Gandalf. Lo stregone mette il “ritrovato” Re al corrente dell’imminente attacco che Sauron sta preparando al suo Regno; suggerisce, quindi, l’idea di concentrare le forze nel Fosso di Helm, roccaforte di Roan. Segue la battaglia presso il Fosso, tra gli orchi di Sauron e gli uomini di Theoden. L’esito dello scontro è deciso dall’arrivo di Gandalf e di Eumer, nipote di Theoden, alla testa dei cavalieri di Roan: le forze di Sauron vengono sconfitte.

Unico rifacimento animato della fortunatissima opera di John Ronald Reuel Tolkien, “Il Signore degli Anelli” è la seconda opere cinematografica tratta dall’omonima serie di romanzi. Preceduta da “Lo Hobbit”, film per la televisione del 1977, viene considerata come la prima parte del successivo “Il Ritorno del Re”, anch’esso destinato al piccolo schermo, datato 1980, tuttavia le due pellicole non sono mai state ufficialmente collegate tra loro.

Il progetto deve la sua nascita a Saul Zaentz, “signor produttore” degli anni ’70-’80, che, dopo svariate ricerche, trovò in Ralph Bakshi la sua controparte tecnica. Si devono, appunto, al regista israeliano di adozione newyorkese, le scelte che caratterizzano la pellicola, ora positive ora negative. I fulcri della sua concezione dell’animazione cinematografica trovano ampia realizzazione ne “Il Signore degli Anelli”: la caratteristica presenza di scene “reali” girate con attori in carne ed ossa, il perfetto utilizzo del rotoscopio e la sapiente mistione di estetica e contenuti , spesso denunciatori, si innestano perfettamente nella pellicola. Ciò che fa storcere il naso è, più che altro, la concezione del progetto in sé. In particolare, l’idea di Bakshi prevedeva la ripartizione della storia in due film, come dimostrava il titolo originale “The Lord of the Rings- Part one”. L’utilizzo del titolo che chiarisse tale continuità fu scartata dalla produzione, che comunque prevedeva, inizialmente, la realizzazione di una seconda pellicola: la previsione non fu portata a realizzazione, dato lo scarsissimo successo di pubblico riscosso dall’opera di Bakshi. A ciò va aggiunto l’estenuante durata del girato , palesemente in contrasto con il format e con la destinazione: si tratta pur sempre di un film d’animazione, i cui fruitori sono principalmente i più piccoli, ai quali “sopportare” più di due ore di film sarà risultato veramente difficile, considerando anche l’importanza contenutistica dell’opera di Tolkien.

La pellicola riscosse elevato successo di critica e Bakshi fu premiato col Grifone d’oro, al Giffoni Film Festival: un successo che non risultava insolito, considerata l’elevata qualità dell’animazione, realizzata da un staff che vantava, tra gli altri, un giovanissimo e semisconosciuto Tim Burton. Inoltre, checché si dica circa il successo mediatico, il botteghino segnò, comunque, risultati più che positivi: 30 milioni di incasso a fronte dei soli 4 milioni di produzione.

Nonostante il successo di critica, è un’opera che, attualmente, convince poco, probabilmente a causa dell’influenza stabilita dalle trasposizioni cinematografiche di Peter Jackson che ne impediscono la piena godibilità.

VOTO 5/10

Marco Fiorillo

Pier Lorenzo Pisano

mercoledì 13 luglio 2011

Transformers-Dark of the Moon (2011)

Shia La Beouf: Sam Witwicky

Rosie Huntington- Whiteley: Carly Brooks Spencer

Josh Duhamel: Colon. William Lennox

John Turturro: Seymour Simmons

Tyrese Gibson: Robert Epps

John Malkovich: Bruce Brazos

Patrich Dempsey: Dylan Gould

Glenn Morshower: Gen. Morshower

Alan Tudyk: Dutch

Frances Mc Dormand: Charlotte Mearing

Julie White: Judy Witwicky

Kevin Dunn: Ron Witwicky

Ken Jeong: Jerry

Buzz Aldrin: Buzz Aldrin (oggi)

Cory Tucker: Buzz Aldrin (1969)

Don Jeanes: Neil Armstrong (1969)

Regia: Michael Bay

Soggetto: Ehren Kruger

Sceneggiatura: Ehren Kruger

Produttore Esecutivo: Steven Spielberg, Michael Bay

Musiche: Steve Jablonsky


Michael Bay cuce sulle stelle e sulle strisce il simbolo dei suoi automi hollywoodiani, bissando il già evidente successo “modaiolo”, raggiunto con le pellicole precedenti della serie. Gli ingredienti messi nel pentolone dal regista: azione al limite della spettacolarità e una buona dose di ironia.

Gli Autobot hanno, ormai, ottenuto la “cittadinanza terrestre”: al servizio delle forze armate americane, hanno messo a disposizione del genere umano la loro tecnologia e la loro lealtà. Una lealtà che voleva solo altra lealtà in cambio: un corrispettivo cui l’uomo non sembra ancora pronto. Optimus Prime, il leader degli Autobot, viene a conoscenza di una verità tenuta nascosta per anni. Il primo allunaggio di Neil Armstrong, nel 1969, non aveva come scopo il solo raggiungimento scientifico: il vero obiettivo di Nixon e Kennedy era raggiungere un’astronave caduta sul satellite, dove viene rinvenuto il primo Autobot, insieme ad una sconosciuta tecnologia aliena. Nel transformer, Prime riconosce l’antico leader Sentinel Prime, nella tecnologia i pilastri che avrebbero portato a cessazione la guerra che infuriava su Cybertron, tra gli stessi Autobot ed i Decepticon, guidati da Megatron. Nella scoperta, Prime vede il tradimento del genere umano e si attiva immediatamente per ripristinare la vita di Sentinel. Purtroppo, sia gli Autobot che gli umani non conosco la trama segreta ordita all’ombra del ritrovamento: si ritroveranno ad affrontare una battaglia, in cui la posta in palio è la vita del Pianeta Terra.

Con “Dark of the Moon”, Bay e Spielberg portano a termine l’epica trilogia delle macchine aliene, mettendo capo all’episodio più spettacolare della saga. Come già accennato, il segreto del successo della pellicola è la coesistenza di un’ironia velata ma costante e di una presa visiva unica, capace di impressionare anche nella versione 2D. Il tutto immerso in una narrazione semplice e, quindi, adatta al progetto tutto, incentrato sulla raffigurazione estetica più che sul contenuto: l’interessante revisione della passeggiata lunare del ’69 cede immediatamente il posto ad un ritmo narrativo troppo concitato e prevedibile. Un trend che, tutto sommato, non dispiace, nella sua coerenza e continuità. La direzione registica, l’elaborazione concettuale e la realizzazione visiva dei protagonisti meccanici ed una gradita colonna sonora permettono allo spettatore di non annoiarsi mai, nonostante le tre ore di durata. Considerato il format, l’unica pecca che vale la pena menzionare riguarda l’eccessivo e mal celato patriottismo: implicito nei colori del capo degli Autobot, Optimus Prime, esplicito in alcune sue battute, in particolare nelle parole che chiudono la pellicola.

Tra i clangori metallici dei robotici alieni, ritroviamo volti conosciuti e accogliamo nuovi interpreti. Shia La Beouf veste nuovamente i panni di Sam Witwicky, giovane aiutante di Prime e compagni; al suo fianco, però, non troviamo più la sensualissima Megan Fox ma Rosie Huntington- Whiteley: smentite le voci riguardanti un abbandono spontaneo del progetto, è stato confermato che la Fox fu licenziata da Bay, su esplicita richiesta di Spielberg, a seguito di un’intervista” poco cortese” circa la direzione registica della pellicola; a sostituirla, la modella di Victoria’s Secrets, già diretta da Bay in uno spot della nota marca di intimo. Attorno a loro, ritroviamo Josh Duhamel, John Turturro e Tyrese Gibson ed accogliamo Frances Mc Dormand e Patrick Dempsey, reduce del grande successo del telefilm Grey’s Anatomy. Su tutti, spicca la breve partecipazione di John Malkovich.

In un momento in cui, la sfrenata ricerca dell’ “idea” si conclude puntualmente in annunciati fallimenti, Bay e co. cavalcano l’onda di quella moda che vuole il cinema semplice esperienza sensoriale, rinnovando apertamente la finalità del progetto, il puro intrattenimento. Una linea che, nella sua coerenza, non dispiace affatto.

VOTO 6 ½ /10

Marco Fiorillo

Pier Lorenzo Pisano

Karate kid (1984)

Ciclo "Per non dimenticare": Ciak si combatte


Ralph Macchio: Daniel La Russo

Noryuki Pat Morita: Maestro Kesuke Miyagi

Elisabeth Shue: Ali Mills

Martin Kove: Sensei John Kreese

William Zabka: Johnny Lawrence

Randee Heller: Lucille La Russo

Bruce Malmuth: Annunciatore

Regia: John G. Avildsen

Soggetto: Robert Mark Kamen

Sceneggiatura: Robert Mark Kamen

Fotografia: James Crabe

Musiche: Bill Conti, Gang of Four


Un maestro ed un allievo, due mondi lontani uniti dalla disciplina del karate e dall’affetto di una profonda amicizia. Una pellicola che è leggenda, mattone inviolabile della grande casa del cinema.

Cambiare città, cambiare vita è un passaggio che consta sempre di molte difficoltà: lo impara a proprie spese il giovane Daniel La Russo (Ralph Macchio) che dalla dimora di Newark, si trasferisce con la madre Lucille (Randee Heller) nell’afosa California. Nonostante l’ottimo rapporto con la madre e una piacevole e repentina conoscenza, la nobil- ragazza Ali (Elisabeth Shue), Daniel non manca di conoscere subito l’accoglienza dei ragazzi californiani: entra in conflitto con un gruppo di violenti karateki del dojo Cobra Kai, guidati dal bullo Johnny Lawrence (William Zabka) e avviati all’arte marziale dal Sensei Kreese (Martin Kove). Le rivalità tra Johnny e Daniel si acuiscono sempre di più, soprattutto a causa della tenera vicinanza del nuovo arrivato alla bella Ali. Daniel, che pure conosce il karate, non può continuare a sopportare le continue angherie di Lawrence e compagni da solo. Giunge in suo aiuto il venerando Miyagi, insolito maestro di karate, che vede nel giovane il giusto ricettore della sua conoscenza: le tecniche di combattimento sono solo una minima parte degli insegnamenti che riceverà “Daniel San” dall’amico e maestro Miyagi.

Primo capitolo della storica tetralogia del “ragazzo del Karate”, si tratta di una pellicola che fa la storia del cinema, proponendosi come modello anche per le successive generazioni di “operatori cinematografici”. Il progetto nasce dalla volontà del regista Avildsen di proporre una versione adolescenziale della “storia del combattente”, ispirandosi a quel fortunatissimo “Rocky”, che aveva personalmente diretto otto prima.

Così Avildsen, coadiuvato dall’ottimo Kamen, si serve di elementi semplici, dal potere evocativo diretto. Porta sulla scena due caratteri tradizionali e rappresentativi: il saggio Maestro nipponico, custode di una tradizione millenaria fatta di rispetto ed umiltà, ed il giovane americano, con i suoi problemi ed i suoi divertimenti: un’ispirazione, molto probabilmente, per quel “Marti Mc Fly” agli ultimi mesi di gestazione. Inserisce i suoi protagonisti in una trama lineare, arricchita da significative contrapposizioni: una superficiale denuncia alle differenze sociali di provenienza familiare e locale, cede il passo alla forte contrapposizione tra il karate occidental- commerciale di Kreese/ Kove e la cultura di Miyagi, che ha fatto del karate il modo di intendere la vita. Ma forse la lontananza che maggiormente viene avvertita, è quella generazionale tra i due protagonisti: i drammi adolescenziali del giovane Daniel/ Macchio incontrano la saggezza del Maestro, in un’amicizia che sfiora la commozione.

Il tutto viene impreziosito da una colonna sonora perfettamente inserita nel tessuto narrativo e da una fotografia eccellente: se Bill Conti, reduce anch’egli dal successo di “Rocky”, riesce ad infondere nella sua orchestra l’esigenza di unire le note occidentali e quelle orientali, mettendosi pienamente al servizio delle direttive di Avildsen, James Crabe, Direttore della Fotografia, mette capo ad immagini rimaste nella memoria di fan come di spettatori meno voraci: basti citare l’ombra di Miyagi/Morita, impressa nell’atto di eseguire la tecnica della gru nel disco solare calante oltre la linea dell’orizzonte.

Devono alla saga l’ingresso nella Hall of Fame hollywoodiana, Ralph Macchio e Pat Morita: sembra, tuttavia, ingiusta la comune tendenza ad associare i loro nomi esclusivamente a “Daniel San” e al “Maestro Miyagi”. Al loro fianco, spicca la giovane e bella Elisabeth Shue: la sua successiva partecipazione al secondo episodio della trilogia de “Ritorno al Futuro”, permette di confermare la teoria che considera le due saghe vera rappresentazione di un’epoca.

Come il venerando Maestro karateka, Avildsen fa professione di equilibrio, bilanciando perfettamente le temperie degli anni ’80 e l’elevata qualità della rappresentazione sullo schermo: dispiace ricordare che le lodi del film siano state tessute solo a parole.

VOTO 8/10

Marco Fiorillo

Pier Lorenzo Pisano

giovedì 7 luglio 2011

I Guardiani del Destino (2011)

Matt Damon: David Norris

Emily Blunt: Elise Sellas

Anthony Mackie: Harry Mitchell

John Slattery: Richardson

Terence Stamp: Thompson

Michael Kelly: Charlie Traynor

Regia: George Nolfi

Soggetto: Philip K. Dick

Sceneggiatura: George Nolfi

Fotografia: John Toll

Musiche: Thomas Newman

Scenografie: Kevin Thompson


David Norris (Matt Damon), giovane membro del Congresso, sta per coronare la sua scalata al successo con l’elezione a Senatore di New York. Le mire dell’irruente e amato carrierista vengono, tuttavia, frenate dalla pubblicazione di foto poco consone alla carica che sta per assumere. Tempestivamente informato della preannunciata sconfitta, Norris si rifugia nel bagno degli uomini, “per leccarsi le ferite”. Nella toilette, però, non trova conforto, bensì la bellissima Elise (Emily Blunt), in fuga dal servizio di sicurezza per essersi imbucata ad una festa. Tra i due si stabilisce immediatamente un’attrazione irrefrenabile che sembra non poter trovare appagamento: il loro successivo incontro, frutto del caso, non sarebbe mai dovuto verificarsi, secondo il “piano superiore” protetto da misteriosi agenti, chiamati i “guardiani”. Prende forma, così, una favola dal tono fantascientifico, in cui il trionfo dell’amore non sembra del tutto scontato.

La pellicola riesuma, ancora una volta, l’immortale talento letterario di Philip K. Dick, universalmente riconosciuto come uno dei più grandi autori di fantascienza, nonostante la vita eccessiva e sregolata (contiamo ben cinque matrimoni ed una lunga dipendenza da stupefacenti e antidepressivi). Dopo aver ispirato, direttamente ed indirettamente, alcuni dei pilastri della fantascienza su celluloide, quali “Blade Runner”, “Minority Report”, “The Truman Show”, la trilogia di “Matrix”, Dick, da il là alla prima regia dello sceneggiatore George Nolfi: “I Guardiani del Destino” si propone, infatti, di rivisitare in maniera assolutamente originale il breve racconto “Adjustment Team”, pubblicato per la prima volta nel lontano 1954. Se ricordavamo le ottime prove di Nolfi come sceneggiatore, difficilmente possiamo dire lo stesso della sua prima regia: propone una delle versioni cinematografiche più lontane dall’essenza del pensiero dickiano, basando il tutto su basi narrativi che lasciano veramente a desiderare.

È così che, i temi dell’eterno complotto, della’ambivalenza incontro/scontro tra uomo e macchina, colonne delle opere dello scrittore, cedono il passo ad una storia d’amore che nasce nel giro di tre minuti per poi riprendere dopo tre anni. La ricercata Elise/Blunt, rea del gravissimo reato di “imbuco”, e David/Dammon, vengono separati da una schiera di pseudo- angeli in tweed i cui poteri, consessi loro da uno pseudo- Dio/Presidente, risiedono in magici borsalini che gli permettono di mantenere invariato il piano stabilito “in quel di lassù”. Il tutto diviso tra scende d’azione, intimistici quadri amorosi e paradossali echi di religioso insegnamento, che spaziano tra il destino, il libero arbitrio ed il fato.

Troviamo consolazione nell’ottima riproposizione della città di New York, nella fotografia ,sempre buona, di John Stoll e nella colonna sonora, firmata Thomas Newman.

Alla pellicola prendono parte due star affermate, cui si deve riconoscere, in questo caso, la bravura di mantenere sulle proprie spalle l’intero intreccio: l’ormai affermato Matt Damon, che pure aveva già lavorato con Nolfi, nella realizzazione di “The Bourne Ultimatum”, viene affiancato dalla talentuosa Emily Blunt, anch’essa pienamente accetta nella “hall of fame” di Hollywood. Ai due si accompagna il talento sempreverde di Terence Stamp.

Nonostante le ottime premesse, il risultato è un film imbarazzante che ci fa domandare chi o cosa abbia spinto Nolfi alla direzione registica.

VOTO 4/10

Marco Fiorillo

Pier Lorenzo Pisano

13 Assassini (2011)

Koji Yakusho: Shinzaemon Shimada

Takayuki Yamada: Shin Rouko

Yusuke Iseya: Koyata

Goro Inagaki: Lord Naritsugu Matsudaira

Masachika Ichimura: Hanbei Kitou

Mikijiro Hira: Sir Doi

Hiroki Matsukata: Kuranaga

Ikki Sawamura: Mitsuhashi

Arata Furuta: Sahara

Tsuyoshi Ihara: Hirayama

Masataka Kubota: Ogura

Sosuke Takaoka: Hioki

Seiji Rokkaku: Otake

Yuma Ishigaki: Higuchi

Koen Kondo: Horii

Regia: Takashi Miike

Soggetto: Kaneo Ikegami

Sceneggiatura: Kaneo Ikegami, Daisuke Tengan

Fotografia: Nobuyasu Kita

Musiche: Koji Endo

Scenografie: Yuji Hayashida


Togugawa, 1884. Il fratello dello Shogun, Naritsugu (Goro Inagaki), ebbro di violenza e depravazione, sta seminando la morte tra le famiglie della regione. Accertata l’impossibilità di risolvere la questione per vie diplomatiche e per l’eccessiva efferatezza dei crimini, il ciambellano Doi (Mikijiro Hira) dispone l’eliminazione del “nobile”. Il compito viene affidato al venerando maestro di katana Shinzaemon Shimada (Koji Yakusho). Per portare a compimento la missione, il samurai riunisce attorno a se dodici valorosi guerrieri: i tredici assassini saranno chiamati a porre fine all’incubo partorito dalla perversa mente di Naritsugu.

La pellicola, presentata con discreto successo alla 67° Mostra d’arte cinematografica di Venezia nel settembre del 2010, è un rifacimento del nipponico “jidai geki” (il nostrano “cappa e spada”) “13 Assassini”, diretto nel 1963 dal maestro Eiichi Kudo. Eguaglia la maestria dell’omonimo precedente, l’opera di Takashi Miike. Ne è passato di tempo da quando, il cineasta giapponese, vide esplodere il suo successo al di fuori dei confini di patria, con la produzione di “Fudoh”, prima, e della trilogia de “Dead or Alive”, poi. Eppure il suo cinema dalle radici sempreverdi non ha smesso di impressionare, come dimostra l’ultimo “13 Assassini”. Se da una parte il film incanta per la vivida e magistrale presa visiva, frutto del talento del regista e dell’abilità nel renderlo su celluloide di Kita, Direttore della fotografia, e per la suggestiva colonna sonora, cassa di risonanza d’estrema evocazione, la vera abilità sta nel sapere impastare, con mano esperta, la perfezione stilistica con la resa contenutistica. Ed è così che prende vita un Giappone malfermo, spaccato tra l’atavica tradizione che porta sulle spalle e la strada che conduce alla modernità: il tutto, reso dallo scontro tra samurai e fucili, portato sullo schermo con intense scende d’azione ed una violenza cruda ma mai eccessiva, considerando le carneficine cui ci ha abituato Miike.

Il tutto farebbe sperare in un meritato spiraglio qualitativo, nel grigiore di una contemporanea produzione cinematografia che lascia alquanto a desiderare. Tuttavia, il successo, nella sua completezza, viene minato da due fattori: l’eccessiva durata determina un dispiegamento dell’azione troppo rallentato, cui si unisce una resa linguistica che risente delle difficoltà di traduzione di un idioma così complesso, come quello della tradizione nipponica.

Si tratta, nonostante qualche pecca, di una prova brillante, che testimonia come il valore d’una pellicola possa passare ancora per il talento e per la dedizione, e non solo per la lente 3D di un paio d’occhiali.

VOTO 7/10

Marco Fiorillo

Pier Lorenzo Pisano

Ritorno al Futuro (1985)




Ciclo "Per non dimenticare" Compleanni di celluloide: Michael J. Fox


Ritorno al Futuro (1985)


Michael J. Fox: Marty Mc Fly

Christopher Lloyd: Emmet L. “Doc” Brown

Lea Thompson: Lorraine Banes Mc Fly

Crispin Glover: George Mc Fly

Thomas F. Wilson: Biff Tannen

Claudia Wells: Jennifer Parker

James Tolkan: Strickland

Marc Mc Clure: Dave Mc Fly

Wendie Jo Sperber: Linda Mc Fly

Regia: Robert Zemeckis

Sceneggiatura: Robert Zemeckis, Bob Gale

Fotografia: Dean Cundey

Effetti Speciali: Kevin Pike

Musiche: Alan Silvestri, Huey Lewis & The News

Scenografie: Lawrence G. Paull

Produttore Esecutivo: Steven Spielberg


“Strade? Dove stiamo andando non c’è bisogno di strade!” Basterebbe citare questa breve battuta per esser certi di nominare una delle pagine più appassionanti e decisive della storia del cinema. Un film che “ha attraversato il tempo”, per rimanere accanto a ben tre generazioni di fan e cinefili.

Hill Valley, California. 25 Ottobre 1985. Il diciassettenne Marty Mc Fly (Micheal J. Fox) raggiunge l’abitazione dell’amico Doc Brown (Christopher Lloyd), impaziente di provare un nuovo sistema di amplificazione per la sua Gibson ES-335. All’arrivo non trova né Doc né il suo fidato compagno a quattro zampe, Einstein: lo scienziato lo chiamerà poco dopo, per dargli appuntamento quella sera stessa, alla 1.00, presso il parcheggio del centro commerciale dei “Due Pini”. Arrivata la notte, Marty lo raggiunge al parcheggio per assistere all’evento che gli cambierà la vita: Doc gli mette, infatti, una telecamera in mano, affidandogli il compito di filmare il primo viaggio nel tempo della storia dell’uomo. il giovane ha appena il tempo di cominciare a riprendere e vedere il cane Einstein, a bordo della Delorian/Macchina del Tempo, scomparire e riapparire, dopo aver viaggiato nel continuum spaziotemporale. L’esperimento è riuscito, ma lo scienziato deve fare i conti con i terroristi cui ha rubato il plutonio necessario per alimentare la Delorian. I libici arrivano a fucili spianati, uccidono Doc e mettono in fuga Marty: il giovane parte a bordo della Delorian ma, per sfuggire agli inseguitori, porta l’automobile alla velocità di 88 miglia orarie, attivando il flusso temporale e raggiungendo il 1955. Catapultato nella Hill Valley di trent’anni prima, Marty dovrà fare i conti con l’incredulità di Doc e la necessità di non interferire col continuum spaziotemporale dell’epoca dei suoi genitori. Ritornare al futuro è la meta dell’incredibile viaggio di Marty.

Ritratto sociale, esperienza fantascientifica e pellicola di successo a un tempo, “Ritorno al Futuro” rappresenta uno snodo fondamentale nel percorso storico del cinema, sia come punto d’arrivo mediatico che come apripista del genere. Di qualità ce ne’è moltissima(come rivelano i molteplici riferimenti più o meno comprensibili per il medio pubblico) sia dietro che di fronte le telecamere. Zemeckis e Gale, in ordine regista e sceneggiatore, dirigono magistralmente gli interpreti e mettono sulla scena contemporaneo e contenuto, in un mix ancor più compatto, grazie alla colonna sonora, storica ormai come tutto il girato, di Alan Silvestri: Zemeckis e Gale, i cui talenti furono notati per la prima volta da un certo Steven Spielberg, si uniranno al compositore per costituire un vero e proprio “trio delle meraviglie”, le cui gesta tanto hanno dato al grande schermo.

Nella trama, ricchissima dal punto di vista narrativo, si affrontano velate tematiche d’attualità intrise di sapienza mondana e cinematografica. Contrapposto al “muscoloso eroe solitario e irascibile”, rappresentato vuoi da Stallone vuoi da Schwarzenegger, è il “modaiolo” Marty, tipetto sveglio e ironico, maschera comica e furba, capace di far avvicinare ed immedesimare nei suoi jeans Levis la generazione più giovane. Non manca, però, un riferimento anche a quella di mezzo, la generazione dei padri e delle madri per così dire, raffigurata nella duplice faccia della stessa medaglia: da una parte, una famiglia decadente nell’affetto e nello stile di vita, ricostruita sul finire della pellicola, come nucleo brillante ed unito, che ha saputo sfruttare al meglio le occasioni che la vita ha proposto. Il tutto condito dalla principale linea tematica, quel bisogno di sapienza scientifica, di conoscenza dell’inconoscibile che ha spinto l’uomo oltre i confini della Terra. La dinamicità narrativa e la vicinanza mediatica sono sublimate da scelte cinematografiche più che azzeccate, che sono rimaste immortali e feconde nonostante il passare del tempo: la mitica Delorian, l’uso dello skate (non è un caso, forse, che sia il principale mezzo di trasporto di Bart Simpson), lo stralunato comportamento di Doc, le battute, hanno animato fan e cineasti in un successo sempreverde.

Qualche curiosità meno reperibile, adesso, tra le varie cicche relative alla pellicola.

La prima stesura del film, prevedeva che la macchina del tempo fosse un frigorifero: in fase di realizzazione, il Produttore Esecutivo, Steven Spielberg, si rese conto che sarebbe stata una scelta poco adatta al pubblico più piccino, decidendo, infine, per il fortunatissimo uso della Delorian. Sempre in fase pre- produttiva, Doc/Lloyd doveva essere affiancato da uno scimpanzé, Chimp: si scelse, infine, il cane Einstein, ritenuto più “commerciale” rispetto al primate.

Due sono le citazioni più rinomate della pellicola: l’omaggio al maestro George Lucas incarnato dal travestimento di Marty/Michael, che si finge Darth Vader per convincere il padre a fare la corte alla madre, nel 1955, e la telefonata a Chuck Berry, al momento dell’esecuzione, sempre nel 1955, della celebre “Johnny be good”.

Si tratta di un evento di portata strepitosa, non solo dal punto di vista cinematografico, capace di mantenere la propria longevità anche a ventisei anni dalla produzione. Un ringraziamento ci sembra il minimo.

VOTO 8/10

Marco Fiorillo

Pier Lorenzo Pisano