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mercoledì 16 maggio 2012

Contraband (2012)

Mark Wahlberg: Chris Farraday
Kate Beckinsale: Kate Farraday
Ben Foster: Sebastian Abney
Giovanni Ribisi: Tim Briggs
J. K. Simmons: Capitano
Caleb Landry Jones: Andy
Diego Luna: Gonzalo

Regia: Baltasar Kormakur
Soggetto: Oskar Jonasson, Arnaldur Indriason
Sceneggiatura: Aaron Guzikowski
Fotografia: Barry Ackroyd
Musiche: Clinton Shorter

Chris e Kate sono al matrimonio di un caro amico mentre il fratello minore di lei, Andy, viene sorpreso dai doganieri mentre trasporta cinque chili di cocaina di proprietà del malvivente Tim Briggs. Al lancio in mare del prezioso carico segue il regolare pestaggio degli uomini di Briggs. Andy si rivolge allora al cognato Chris, l’Houdini del contrabbando, oramai solo installatore di impianti di sicurezza, amorevole padre e marito fedele. L’ex delinquente prova a ragionare con l’attuale boss ma ottiene solo il coinvolgimento di Kate e dei suoi ragazzi, affidati da Chris alle cure dell’amico fraterno Sebastian mentre si prepara al suo ultimo trasporto, quello che divide la sua famiglia dalla tragedia.

Un po’ “Swat” un po l’ “Ocean Eleven” dei poveri, una pellicola dal sapore passato, di quel passato recente, quando erano di moda i poliziotti culturisti e violenti e i criminali dal cuore d’oro e dal sorriso brillante.  Kormakur riunisce nella stessa banda il delinquente che ritrova la retta via dopo anni di perfetta criminalità, la moglie innamorata e combattiva, il cognato troppo giovane e avventato, il miglior amico “poco migliore” e il nuovo bosso tutto chiacchiere e insicurezza. E poi, il colpo di scena che fa di “Contraband”, da film da guardia e ladri, un gioco davvero interessante. “E’ quel genere di film che spero di vedere e di cui non se ne fanno mai abbastanza” –ammette lo stesso Wahlberg, che continua –“ Il motivo è che vogliono fare degli action ma dentro in genere non c’è abbastanza carattere, non ti interessa molto dei personaggi. Così ho pensato che se in questo avessimo messo un po’ di umorismo, sarebbe diventato molto piacevole e divertente”.
“Contraband” si inserisce, così, in quella categoria di produzioni medie che tanto arricchisce e finanzia la macchina cinematografica americana. Ma di medio conserva ben poco, considerati l’ottimo script, la sagace e dinamica regia e l’ottima prova generale, tra cui stona solo la poco amalgamata Beckinsale.

La pellicola nasce dall’impegno di Mark Wahlberg nel riproporre in versione statunitense “”Reykjavik- Rotterdam”, film del 2008, di cui fu protagonista proprio Baltasar Kormakur, cui viene affidata la regia stessa di “Contraband”. I 25 milioni messi a disposizione da Wahlberg fruttano eccome: 60 i milioni guadagnati a botteghino, accompagnati dall’ottima accoglienza della critica. Per noi c’è da attendere ancora un po’, il 18 Maggio potremmo ospitarlo nelle nostre sale.

VOTO 7/10
Marco Fiorillo
Pier Lorenzo Pisano  

The Avengers (2012)

Robert Downey Jr.: Tony Stark/ Iron Man
Chris Evans: Steve Rogers/ Capitan America
Mark Ruffalo: Bruce Banner/ Hulk
Chris Hemsworth: Thor
Scarlett  Johansson: Natasha Romanoff/ Vedova Nera
Jeremy Renner: Clint Barton/ Occhio di Falco
Tom Hiddleston: Loki
Samuel L. Jackson: Nick Fury
Clark Gregg: Phil Coulson
Cobie Smulders: Maria Hill
Stellan Skarsgard: Erik Selvig
Gwyneth Paltrow: Pepper Potts

Regia: Joss Whedon
Sceneggiatura: Joss Whedon
Fotografia: Seamus Mc Garvey
Musiche: Alan Silvestri

Il Cubo Cosmico lasciato sulla Terra da Loki durante l’ultimo scontro con Thor e affidato da Nick Fury, capo dello S.H.I.E.L.D.,  al professor Selvig, apre un portale dimensionale che permette a Loki di ritornare sul Pianeta ad alimentare i suoi propositi caotici e distruttivi. Perso il Cubo, Fury decide di far fronte all’imminente tragedia, data dalla minaccia combinata del dio Loki e dei suoi nuovi alleati Chitauri, attivando il “Progetto Vendicatori”. Così, mentre la sua agente Natasha Romanoff recluta il gigante verde che si nasconde nello scienziato Bruce Banner, vengono avvertiti anche Tony Stark, alias Iron Man, e il redivivo Capitan America. Al sopraggiungere di Thor sul Pianeta, segue la liberazione dal giogo di Loki dell’agente S.H.I.E.L.D. Clint Barton, l’abile arciere noto come Occhio di Falco. I Vendicatori sono ormai uniti, pronti per difendere la Terra.

Nel lontano 2005, la Paramount Pictures e i Marvel Studios annunciarono la produzione di un film in cui riunire tutti i super eroi, oggetto di pellicole ad hoc. Architettando un abile ed intricato piano di richiami, anticipazioni e interazioni intra- pellicole, è nato l’incredibile universo cinematografico dei Vendicatori, che nel lungometraggio affidato a Joss Whedon ha solo la summa di numerosi e programmatici sforzi.
Del nucleo fondamentale, il regista rispetta veramente poco, non gliene vogliano i fan più accaniti. Apporta al gruppo le giuste modifiche filmiche, creando una perfetta armonia tra narrazione e personaggi. Il fratellastro divino di Thor diventa il leitmotiv che unisce gli spiriti eroici dei protagonisti: il genio, milionario, filantropo e playboy Tony Stark, Capitan America, il soldato di ventura che sul campo di battaglia lascia il cuore, la perfetta new entry Mark Ruffalo/Hulk (probabilmente, ancor più adatto di Bana e Norton nell’interpretazione del gigante verde), il divino in costume, Thor, senza mancar di lasciar spazio alle reclute S.H.I.E.L.D., Vedova Nera e Falco. Se il pericolo maggiore era rappresentato dagli spazi da affidare alle singole personalità, e dalle prevaricazioni che ne sarebbero scaturite, Whedon l’ha affrontato nel migliore dei modi, gestendo sapientemente set, repertorio fumettistico ed il recente passato filmico dei sei supereroi.
Per non parlare, poi, della potenza grafica (pari solo, forse, all’ultimo capitolo dei “Transformers” di Michael Bay”), aspetto che, più di tutti, fa di “The Avengers” un vero capolavoro: nei circa 143 minuti di girato, non un combattimento annoia lo spettatore, incantato, oltre che dalla spettacolarità degli effetti, dalla dinamica regia con cui vengono declinati. Una menzione particolare la meritano Jonathan Eusebio, il coreografo che si è occupato della preparazione fisica e tattica dei protagonisti, e Dan Sudick, supervisore degli effetti speciali.

Siamo di fronte ad un fenomeno mondiale a tutto tondo ed in continua espansione, come dimostrato dall’ennesima parte di girato che, seguendo ai titoli di coda, rimanda alla prossima avventura di Cap e Co. Attendere il prossimo “Vendicatori Uniti” (per i meno esperti, il grido di battaglia dei Vendicatori) sarà ancora più difficile adesso!

VOTO 8/10
Marco Fiorillo
Pier Lorenzo Pisano

martedì 24 aprile 2012

Il Punto del Weekend


Ben otto le nuove uscite che si registrano venerdì, per un concentrato di qualità e quantità distribuito durante tutto l’arco della settimana, a partire dal mercoledì. Vediamone insieme i protagonisti.

I PROTAGONISTI
La settimana cinematografica si apre nel peggiore dei modi, con l’uscita di “Street Dance II”. Per battere gli “Invincibili”, crew di street dancers che appunto non conosce rivali, ci vogliono i migliori ballerini di strada, raccolti in giro per l’Europa, e il connubio con la più estrema tradizione latina della danza. Cominciando le riprese con un finto flashback accompagnato dalla voce del protagonista, Max Giwa e Dania Pasquini attuano solo il primo degli scandalosi e paradossali espedienti del loro secondo episodio di “Street Dance”. Così ritroviamo la solita crew, la solita gara importantissima a cui manca poco tempo, la solita contaminazione di stili e di cuori. Senza un  briciolo di narrazione, caratterizzazione e reale rappresentazione artistica (il protagonista Falk Henteschel non è mai inquadrato interamente quando balla ma è sempre aiutato dal montaggio e dalla velocizzazione del girato!), ciò che rimane è solo il discreto utilizzo della tridimensionalità.
Segue, di giovedì, un’altra produzione statunitense, “George Harrison- Living in the material World”, film documentario diretto da Martin Scorsese che ripercorre la vita di George Harrison, dai primi anni a Liverpool al successo dei Beatles, ai viaggi in India. Nell’opera Scorsese si serve di filmati inediti, interviste e canzoni coi cui racconta cronologicamente la parabola di uno ei profeti della musica, fino alla sua dipartita da questo mondo. Lo stesso giovedì vede l’uscita della pellicola italiana “Male di Miele”. A seguito d’una delusione d’amore, la giovane Sara decide di raggiungere il peso ideale di 38 chili e si impegna giorno per giorno nel ferreo regime alimentare e sportivo e nella straziante operazione di facciata nei confronti dei genitori, in evidente crisi coniugale, e delle amiche, illuse dalla superficiale serenità ostentata da Sara. Né “pubblicità progresso” né pellicola adolescenziale, “Male di Miele” alza il tiro ad ampia il respiro, facendosi forte delle immagini del cinema per raccontare un disagio, fisico ed emotivo, declinato al giovanile ma possibile ad ogni età. Quello di Marco Pozzi diventa un racconto dalla duplice anima, il puro e sconfinato universo della giovane Sara, e la stretta gabbia in cui l’attanaglia l’anoressia.
I riflettori del venerdì sono tutti puntati su “To Rome with Love”, l’ultima fatica di Woody Allen. Nella capitale si ritrovano senza volerlo tutti i protagonisti della pellicola. Il giovane architetto americano Jack, innamoratosi di Monica e aiutato dai consigli di John; Jerry e Phyllis, coniugi produttori discografici, che arrivano il Italia per lavorare con una cantante d’opera; Leopoldo, investito fatalmente da una fama illusoria; Antonio, invaghitosi della bellissima Anna e sposato con l’adulterina Milly. Dirige ed interpreta ancora una volta ma la brillantezza (tecnica, attoriale e di scrittura) che l’ha contraddistinto sembra cominciare a sbiadire con l’avanzare dell’età. Woody Allen fa di tutto per il suo ultimo lungometraggio: riunisce un cast d’eccezione, consumando finalmente il tandem con la sua controparte italiana Roberto Benigni; ritorna in Italia, a Roma, richiamando alla memoria il miglior cinema d’annata. Neppure in questa chiave trova validità la stanchezza che contraddistingue tutto il girato.
Dagli USA arriva ancora una pellicola. “Una spia non basta” vede gli amici e colleghi della CIA Franklin e Tuck contendersi la bella Luren a colpi di missioni segrete e videocamere nascoste. Poco da dire della spy-comedy messa in piedi da Mc G: buona la parte comedy, molto meno la parte spy, lasciata in balia del caso e dell’arrangiamento. A poco servono le buone scene d’azione e la performance, tutto sommato interessante, del trio protagonista, composta da Matt Hardy, Chris Pine e Reese Witherspone.
Altra produzione nostrana del finesettimana è “Sandrine sotto la pioggia”. Il protagonista della vicenda è l’agente di polizia Leonardo che, nello sventare una rapina in banca, uccide malauguratamente la giovane Martine. Distrutto dai sensi di colpa, decide di ritirarsi dalla strada in favore del lavoro d’ufficio. La tranquilla esistenza scelta da Leonardo viene, però, turbata da Sandrine, femme fatale di cui il poliziotto s’innamora, ignorando il segreto che si porta dentro. Diviso tra il noir ed il drammatico, “Sandrine sotto la pioggia” diventa la declinazione sbiadita d’entrambi i generi, sfociando nel racconto della semplice tensione sessuale tra i protagonisti.
Dalla multietnica collaborazione tra Francia, Algeria ed Italia nasce, invece, “Il Primo Uomo”, in cui lo scrittore algerino Jean Cormery fa ritorno nella terra natia poco prima degli anni ’60, per perorare la causa d’unione razziale pacifica ed equilibrata che scoprirà così difficile da far valere. Così, approfitterà per riabbracciare la madre e ripercorrere la travagliata giovinezza algerina. Adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Alberto Camus, di cui Cormery è l’ater ego narrativo, “Il Primo Uomo” non ha niente da invidiare alla carta stampata. Una riduzione fedele e ben congegnata, diretta e scritta sapientemente e con profonda partecipazione emotiva, cui si aggiungono l’ottima fotografia di Yves Cape e la prova attoriale di un intero cast in stato di grazia, su tutti Jacques Gamblin, perfetto nei panni di Cormery.
Ducis in fundo, “Leafie” la storia d’una gallina, Leafie appunto, che riesce a realizzare il proprio sogno, scappare dal pollaio. Ad attenderla, però, c’è la libertà d’un mondo spietato, in cui la prima vittima che incontra è il piccolo Greenie, un anatroccolo rimasto orfano a causa della donnola One-Eye: Leafie decide di allevare Greenie come un proprio cucciolo. Dalla Korea del Sud arriva un esperimento veramente ben riuscito: Seong-Yun Oh riesce ad unire l’intricata precisione grafica della Pixar ai racconti Disney più lontani nel tempo, miscelando il tutto nel pentolone della cultura orientale. A doppia superbia, doppio onore!

LE SORPRESE
Dispiace dover registrare la sorprendente caduta di Allan Stewart Konigsberg, al secolo Woody Allen. Pareva essersi liberato dell’ascendente negativo degli ultimi anni con il capolavoro “Midnight in Paris”, ma il comico più famoso della nostra epoca ci ricasca di nuovo con “To Rome with Love”. Ma a uno come Woody è concesso questo ed altro.

I FLOP E I TOP
Ricca la quantità, ricco anche il novero dei cattivi del fine settimana:
3°.    Ultimo del podio Jospeh Mc Ginty Nichol. Mc G, come preferisce essere chiamato, continua a dividersi tra la fotografia, la musica, la tv, la pubblicità ed il cinema: se qualcosa gli riesce meno, pazienza.
2°.    Secondo dei peggiori, l’italiano Tonino Zangardi. Il regista de “Sandrine della pioggia” utilizza un soggetto tutto sommato sufficiente, anche se trito e ritrito, distruggendo tutto quello che di buono portava con se.
1°.    Primi sul podio, Max Giwa e Dania Pasquini. Riprendono “Street Dance” dove l’avevano lasciato, firmandone il secondo episodio con la stessa svogliatezza e riluttanza tecnica: certo il genere aiuta poco ma qui si è alla frutta.
Ora appuntiamo le coccarde:
3°.    Terzo posto per Benedetta Gargari. La giovanissima classe 1995, da ancora una volta prova del suo talento, notato già nel 2003 e poi quattro anni dopo da Ferzan Ozpetek, che la scelse per “La finestra di fronte” e “Saturno contro”.
2°.    Medaglia d’argento per Seong-Yun Oh. Il regista mette in “Leafie” lo spirito onirico di Miyazaki e gli anni di sviluppo tecnico e concettuale della Walt Disney, dimostrando come il mercato koreano possa dire la propria in materia di animazione di qualità.
1°.    Il migliore del weekend è Gianni Amelio. Da vita ad una delle migliori riduzioni su pellicola degli ultimi anni, un lungometraggio di spessore emotivo, culturale e civile.

BOX OFFICE
Guadagna la testa delle classifiche “To Rome with Love”, segno dell’inestinguibile ammirazione dell’Italia per Woody Allen. A seguire “Battleship”, a quota 3.5 milioni di euro, e “Titanic”, ormai vicino agli 8 milioni d’incasso. Unica new entry degna di nota è “Street Dance II”, che porta a casa circa mezzo milione di euro.

Marco Fiorillo
Pier Lorenzo Pisano 

Una spia non basta (2012)

Tom Hardy: Tuck Henson
Chris Pine: Franklin “FDR” Foster
Reese Witherspoon: Laureen Scott
Chelsea Handler: Trish
Til Schweiser: Heinrich
Rosemary Harris: Nonna Foster

Regia: Joseph Mc Ginty Nichol
Soggetto: Timothy Dowling, Marcus Gautesen
Sceneggiatura: Timothy Dowling, Simon Kinberg
Fotografia: Russel Carpenter


Fdr e Tuck, amici per la pelle e colleghi della CIA. Sfrontato, egocentrico e vincente di natura il primo, riservato, introverso e responsabile il secondo. Accidentalmente conoscono la stessa ragazza, Laureen, e decidono d’ingaggiare una gara di conquista, mettendo in gioco tutti se stessi e le risorse dell’Intelligence.

La classica commedia romantica all’americana trova, finalmente, una nuova cornice. Così i due amici che cercano di conquistare la stessa ragazza mettendo a repentaglio il duraturo legame, diventano due agenti operativi pronti ad usare ogni “mezzo speciale”, dalle videocamere nascoste alle specifiche abilità tattiche personali. Menzogne e testosterone si mescolano in un cocktail apparentemente ben congegnato che declina i cliché di genere in maniera innovativa. Per una volta l’inseguimento del russo di turno passa in secondo piano ma, come sempre, il lieto fine è per tutti.
Ciò che manca, ed è questa mancanza a mettere criticamente in cattiva luce tutto il girato, è la veridicità della parte spy, fin troppo arrangiata e lasciata in pasto ai dubbi degli spettatori (anche i meno attenti), seppur controbilanciata da un discreto impatto narrativo e dall’ottima realizzazione delle scene  action, in cui è evidente la mano di Russel Carpenter, il direttore della fotografia vincitore dell’Oscar per “Titanic”.
Le idee c’erano, come conferma lo stesso Chris Pine: “Quello che mi piaceva era che Mc G ha messo tutte queste cose in una pentola e l’ultima cosa simile che ho visto era “Mr e Mrs. Smith”. E ho pensato forse a “True Life”. Ma aveva quel tocco di Mc G e lui fa, se c’è una cosa che Mc G sa fare veramente è un film popolare”. Peccato per il risultato finale.

Vertici del triangolo protagonista Tom Hardy, Chris Pine e Reese Witherspoon. Inglese di Hammersmith, nei pressi di Londra, Hardy deve la sua recentissima esposizione mediatica all’interpretazione del nerboruto lottatore di “Warrior” e all’annunciata partecipazione all’ultimo capitolo del “Batman” di Nolan, nei panni del cattivissimo Bane: non male per uno che ama definirsi “un tipo da pipa e pantofole”. Americanissimo d’aspetto e parola e, invece, Chris Pine che debuttò nel 2003, prendendo parte a serie come “E.R.” e “CSI: Miami”. Da lì, è stata in discesa la strada verso il successo da belloccio tutto commedia romantica e action movie: ad attenderlo il secondo capitolo dello “Star Trek” firmato J. J. Abrams. Nel mezzo Reese Witherspoon, la bella bionda di origini tedesche già modella a sette anni ed esordiente sul Grande Schermo nel 1991, con “L’Uomo della Luna”. A condurre il trio, Joseph Mc Ginty Nichol (in arte Mc G): si laurea in psicologia ma lavora come fotografo artistico, comincia a realizzare videoclip e fonda la famosa casa produttiva musicale G Recordings per poi passare alla realizzazione di documentari e spot pubblicitari e al finanziamento di serie tv. Solo nel 2000 il primo famosissimo lungometraggio, quel “Charlie’s Angeles” tanto odiato dalla critica quanto amato dal pubblico. Un artista a tutto tondo molto più attento alla sperimentazione che alla resa qualitativa, come dimostra l’ecletticità generica del suo ultimo “Una spia non basta”.

VOTO 5/10
Marco Fiorillo
Pier Lorenzo Pisano

giovedì 19 aprile 2012

Cineanteprime

The Lincoln Lawyer (2012)


Matthew Mc Conaughey: Mick Haller
Marisa Tomei: Maggie Mc Pherson
Ryan Philippe: Louis Roulet
William H. Macy: Frank Levin
Josh Lucas: Ted Minton
John Leguizamo: Val
Michael Pena: Jesus Martinez
Bob Gunton: Cecil Dobbs
Laurence Mason: Earl

Regia: Brad Furman
Sceneggiatura: John Romano
Soggetto: Michael Connelly
Fotografia: Lukas Ettlin
Musiche: Cliff Martinez

Spocchioso e rampante avvocato di Los Angeles, Mick Haller ha trascorso l’intera carriera a difendere criminali d’ogni genere. Viene, perciò, ingaggiato da Louis Roulet, giovane rampollo playboy, immischiato in uno strano caso di violenza sessuale ed aggressione. Coadiuvato dall’investigatore Frank e dalle soffiate dell’ex compagna Maggie, anch’essa avvocato, Mick comincia a muoversi nel buoio sottobosco della legalità e delle menzogne, convinto dell’innocenza del giovanotto. Con l’avanzare delle indagini, Mick dovrà ricredersi, e non solo sul caso Roulet.

Autista privato non troppo “pulito”, una Lincoln Sedan da gangster per ufficio, atteggiamento da divo. Questo è il Mick Haller di Matthew Mc Conaughey, un figlio di puttana con la “P” maiuscola tutto palle sul lavoro e cuore alla famiglia, seppur lontano dalla moglie e dalla figlia. Un po’ Keanu Reeves un po’ Jerry Maguire, il bello Mc Conaughey, ora con qualche nuova ruga sul viso, si fa nuovamente portavoce, dopo aver calcato le aule del Mississippi nei panni di Jake Brigance ne “Il momento di uccidere” nel lontano 1996, dell’eterna lotta tra l’etica e il modo in cui “vanno le cose”. Un avvocato troppo furbo, un sistema troppo debole: è l’eterno cliché del tribunale americano, giusto solo nei romanzi di Grisham (dalla cui penna proprio “Il momento di uccidere”!). Il senso di colpa diventa voglia di giustizia per Mick, l’uomo che difende solo i cattivi, l’uomo che ormai si sente dalla parte dei cattivi. Perfetta, dunque, la caratterizzazione del protagonista, grazie anche, e soprattutto, al lavoro di riduzione del regista Brad Furman, ispiratosi al romanzo di Michael Connelly “Avvocati di difesa”, e alla sceneggiatura “Italoamericana” di John Romano.

Al suo secondo lungometraggio, dopo “The Take” nel 2007, Brad Furman spiana la strada ai progetti terminati ed in attesa di distribuzione: “Cry Macho”, in cui rivedremo protagonista l’idolo Schwarzenegger, “Runner Runner”, con Justin Timberlake e Ben Affleck, e un documentario filmico sulla vita del criminale Pablo Escobar. Il suo ultimo “The Lincoln Lawyer”, distribuito in vari Paesi nel corso dell’anno, è già stato sottoposto ad operazione di doppiaggio in italiano. Speriamo non tardi ancora ad arrivare nelle sale.

VOTO 7/10
Marco Fiorillo
Piero Lorenzo Pisano   

martedì 17 aprile 2012

Il Punto del Weekend


La vera notizia è che il weekend appena passato abbia contato solo cinque pellicole. Perché di queste, nessuna supera le altre per qualità o innovazione, e il livello cala generalmente. Vediamo insieme i veri protagonisti del fine settimana.

I PROTAGONISTI
Dagli States arrivano due pellicole. Protagonista di “Bel Ami” Georges Duroy, squattrinato reduce della Guerra in Algeria, di ritorno nella Parigi di fine XIX secolo. Casualmente in un locale incontra Charles Forestier che gli regala i soldi necessari per un abito, fondamentale per il debutto in società: comincia per Georges, soprannominato Bel Ami per le sue doti di seduttore, la scoperta dell’universo femminile, della carriera, del potere. Come ogni opera senza tempo, “Bel Ami” di Guy de Maupassant torna ad essere periodicamente saccheggiata dallo Schermo, grande e piccolo. Questa volta tocca al tandem Donnellan- Ormerod che sceglie la strada della conduzione più che della riduzione: nonostante la loro rivisitazione pecchi in brillantezza, hanno il merito di liberare dal suo vampiresco passato Robert Pattinson, facendolo perfettamente interagire con le tre bellissime Uma Thurman, Christina Ricci e Kiristin Scott Thomas. Di ben altro respiro è, invece, “Battleship”, in cui un’avanguardia di cinque navi aliene approda sulla Terra direttamente dal Pianeta G, rintracciato dagli scienziati della NASA come papabile alternativa alla vita umana. Sulla strada della minaccia extraterrestre, il tenente di Marina Alexander Hopper e il suo “variopinto” equipaggio. Sci-fi dal chiaro respiro eroico, la Universal per il centesimo anniversario si affida alle magie tecnologiche della ILM (Industrial Light&Magic), alle idee di Peter Berg e alle penne dei fratelli Hoeber. Ottimo il lavoro degli addetti agli effetti, ampiamente sottotono gli altri tre, perché “Battleship” è un’accozzaglia di cose già viste, riproposte nella solita solfa epica a stelle e strisce.
Da una triplice collaborazione tra Italia, Francia e Romania prende vita “Diaz”. La pellicola ripercorre e rivive i terribili avvenimenti  che coinvolsero la scuola Diaz di Genova nel luglio del 2001, in occasione del G8. La vicenda sfrutta la partecipazione corale, permettendo ad ognuno d’essere protagonista e narratore, lasciando che siano sempre e solo i fatti i veri protagonisti e narratori. Il tutto nasce dall’esigenza di risposte di Domenico Procacci e Daniele Vicari che, a seguito di una lunga e laboriosa opera di ricerca e d’indagine, hanno sentito il bisogno d’usare la loro celluloide per dar voce a quell’oscura pagina di storia.
È il Vecchio Continente a far ancora da protagonista con le ultime due pellicole. Produzione francese è “Ciliegine”, in cui Amanda, delusa dal fidanzato, lo lascia alla vigilia del Natale ed estende quella delusione ad ogni rappresentante del genere maschile. La ritroviamo a poche ore dalla fine dell’anno, alterata da qualche bicchiere di troppo e da una buona dose di nostalgia e piegata al garbato e sensibile Antoine. Siamo all’esordio registico dell’italianissima Laura Morante, impegnata per l’occasione sia dietro che davanti le telecamere, nei panni proprio di Amanda. La permanenza di quel di Francia pesa sul suo nuovo impegno: un’opera bilanciata, morbida, dalla forte presa emotiva ma dal discreto respiro narrativo. Dall’Italia arriva, infine, “Poker Generation”, la storia di due fratelli del piccolo borgo siciliano di Scicli: fascinoso ed impulsivo giovanotto ossessionato dai film sulla mala italoamericana, Tony, introverso genio ai limiti dell’autismo, Filo. Accomunati solo dalla necessità di racimolare i soldi per le cure della sorellina e dalla passione per il poker, insieme lasceranno la famiglia per i fumosi club milanesi, ma divisi si ritroveranno ai tavoli del Malta Poker Dream. Ispirandosi alla storia vera del professionista Filippo Candio, Gianluca Minigotto dedica il suo primo lungometraggio alla mania e piaga della nostra generazione: quel gioco diventato improvvisamente sport e vana speranza per i tanti in ristrettezze. In casa, sui social network, al bar, su internet, nei club, a casa degli amici, il Texas Holdem ha invaso “poco responsabilmente” le nostre vite.

LE SORPRESE
Alla prima esperienze registica, si aggiudica la premiazione Laura Morante. Nata a Grosseto alla metà del secolo scorso, si avvia alla carriera artistica calcando i palchi teatrali, su cui esordisce con Carmelo Bene. Ben presto l’esordio cinematografico ed il trasferimento a Parigi, negli anni ’80: nella capitali acquista grande notorietà senza mancare i numerosi appuntamento offerti dalla penisola.

I FLOP E I TOP
Tra i pochi protagonisti della settimana, indichiamo i meno brillanti:
3°.    Terzo tra i cattivi, Gianluca Minigotto. Il regista de “Poker Generation”, esordiente nel mondo pubblicitario negli anni ’80, si ferma alla buona scelta del soggetto: lo declina in maniera opaca anche a causa del limitato impegno attoriale.
2°.    A seguire, Rihanna. La cantante barbadiana, dopo aver conquistato il mondo delle note, si convince di poter passare con lo stesso esito al Grande Schermo: si crede una moderna “Soldato Jane” ma anche da Demi Moore siamo molto lontani.
1°.    Primo flop è Peter Berg. L’attore e regista newyorkese assembla il suo “Battleship” come un frankestein, attingendo da film di genere e non, sperando che lo staff tecnico delle immagini possa fare il resto. La ILM  centra l’obiettivo ma non basta.
In ultimo, i migliori del fine settimana:
3°.    Bronzo a Laura Morante. La duplice prova da regista ed attrice fa rimpiangere la sua “fuga” all’Eliseo ma, per onestà intellettuale, va detto che probabilmente è galeotto il trasferimento parigino per la realizzazione di “Ciliegine”.
2°.    Premiazione corale per la ILM. Il laboratorio del’immaginazione fondato da George Lucas nel lontano Maggio del 1975 firma l’ennesimo capolavoro grafico, salvando il salvabile.
1°.    Primo posto del podio a Daniele Vicari. Sponsorizzato dal trittico Fandango, Le Pacte e Mandragora Movie, il regista di “Diaz” porta sullo schermo con potenza narrativa e filmica una delle pagine più nere del recentissimo passato italiano.

BOX OFFICE
La corazzata USS MISSOURI, capitana da Peter Berg, affonda il transatlantico di Cameron: “Battleship” si guadagna la vetta e 2.1 milioni superando, anche se di poco, la revisione 3D di “Titanic”. Fredda accoglienza sia per “Diaz” che per “Bel Ami”, entrambi più o meno a quota 600.000 euro.

Marco Fiorillo
Pier Lorenzo Pisano

Battleship (2012)

Taylor Kitsch: Ten. Alexander Hopper
Alexander Skarsgard: Stone Hopper
Liam Neeson: V. Amm. Shane
Brooklyn Decker: Samantha “Sam” Shane
Rihanna: Cora Raikes
Peter Mac Nicol: Segretario alla Difesa

Regia: Peter Berg
Sceneggiatura: Erich Hoeber, Jon Hoeber
Fotografia: Tobias A. Schliessler
Effetti Speciali: Industrial Light&Magic
Musiche: Steve Jablonsky


Gli scienziati americani del Progetto Beacon individuano un altro Pianeta in gradi di ospitare la vita umana, il Pianeta G con cui la NASA entra in contatto tramite satellite.
Alle Hawaii, i fratelli Hopper bevono ad un  bar: Alex perdente in canna sempre nei guai, Stone rigoroso ed assennato Capitano della Marina. All’ennesima bravata Stone non ha dubbi, ad Alex serve un cambiamento, una direzione. Ad Alex serve arruolarsi in Marina.
Qualche tempo dopo, gli Hopper sono insieme sull’attenti a bordo della storica corazzata USS MISSOURI, in occasioni dei giochi RIMPAC. Proprio durante l’evento, cinque oggetti distinti atterrano sul Pianeta: si tratta della risposta del Pianeta G. Gli Alieni sono pronti ad attaccare la Terra, e prima di tutto le navi della Marina impegnate nei RIMPAC.

I soliti invasori contro l’eroismo a stelle e strisce. L’Indipendence Day rivive ancora una volta sul Grande Schermo Hollywoodiano, come a voler testimoniare che quel 7 Dicembre 1941 le forze giapponesi hanno materializzato una paura mai sopita. Cambiano i nemici ma non l’antifona: dopo molte riproposizioni, forse troppe, oggi quello che conta è la spettacolarità. E allora emergono tutto l’impegno e la genialità degli artisti della ILM (Induastrial Light&Magic), il laboratorio del’immaginazione fondato da George Lucas nel lontano Maggio del 1975. Le incredibili animazioni cui danno vita fanno aimè a cazzotti con la scarsa partecipazione del resto dell’entourage, primi tra tutti regista e sceneggiatori. Perché Berg attinge un campo magnetico dal “vero” “Indipende Day” e porta davanti alle telecamere degli alieni abbigliati alla “Predator” e minacciati dall’agente naturale (non l’acqua di “Signs” ma la luce solare) e un giovanotto tutto cuore e “Top Gun” con la sua biondissima fidanzata, lasciando ai fratelli Hoeber il compito di scribacchiare qualche classico dialogo tra commilitoni: anche da loro, dopo l’ottima prova di “Red” ci si aspettava molto di più.
Sapere a metà del girato a cosa si va incontro non lede all’ottima esperienza sensoriale offerta ma di certo non l’amplifica rendendo univoca la qualità del girato. Quando, però, la maggior parte delle idee ne ricordano troppe già viste e il kitsch statunitense raggiunge il suo apice (la trionfale comparsa dei veterani della Marina, per intenderci) i molti dubbi che sorgono vengono zittiti dal più classico “Fuoco!”.

A prendersi l’onere della pellicola del 100° anniversario della Universal, come già detto, Peter Berg, attore di Piccolo e Grande Schermo prima ancora che regista, nel cui ruolo esordisce nel 1998 con “Cose molto cattive”. Davanti alle sue telecamere il canadese Taylor Kitsch, reduce dal successo de “John Carter”, il figlio d’arte Alexander Skarsgard, famoso soprattutto per la sua interpretazione di Eric Northman nell’ormai serie cult “True Blood”, la supermodella Brooklyn Decker, la cantante Rihanna e, dulcis in fundo, Liam Neeson e Peter Mac Nicol, usati poco e male perché da soli possano evitare l’ “affondamento della nave”.

VOTO 5/10
Marco Fiorillo
Pier Lorenzo Pisano