traduzione

giovedì 19 aprile 2012

Cineanteprime

The Lincoln Lawyer (2012)


Matthew Mc Conaughey: Mick Haller
Marisa Tomei: Maggie Mc Pherson
Ryan Philippe: Louis Roulet
William H. Macy: Frank Levin
Josh Lucas: Ted Minton
John Leguizamo: Val
Michael Pena: Jesus Martinez
Bob Gunton: Cecil Dobbs
Laurence Mason: Earl

Regia: Brad Furman
Sceneggiatura: John Romano
Soggetto: Michael Connelly
Fotografia: Lukas Ettlin
Musiche: Cliff Martinez

Spocchioso e rampante avvocato di Los Angeles, Mick Haller ha trascorso l’intera carriera a difendere criminali d’ogni genere. Viene, perciò, ingaggiato da Louis Roulet, giovane rampollo playboy, immischiato in uno strano caso di violenza sessuale ed aggressione. Coadiuvato dall’investigatore Frank e dalle soffiate dell’ex compagna Maggie, anch’essa avvocato, Mick comincia a muoversi nel buoio sottobosco della legalità e delle menzogne, convinto dell’innocenza del giovanotto. Con l’avanzare delle indagini, Mick dovrà ricredersi, e non solo sul caso Roulet.

Autista privato non troppo “pulito”, una Lincoln Sedan da gangster per ufficio, atteggiamento da divo. Questo è il Mick Haller di Matthew Mc Conaughey, un figlio di puttana con la “P” maiuscola tutto palle sul lavoro e cuore alla famiglia, seppur lontano dalla moglie e dalla figlia. Un po’ Keanu Reeves un po’ Jerry Maguire, il bello Mc Conaughey, ora con qualche nuova ruga sul viso, si fa nuovamente portavoce, dopo aver calcato le aule del Mississippi nei panni di Jake Brigance ne “Il momento di uccidere” nel lontano 1996, dell’eterna lotta tra l’etica e il modo in cui “vanno le cose”. Un avvocato troppo furbo, un sistema troppo debole: è l’eterno cliché del tribunale americano, giusto solo nei romanzi di Grisham (dalla cui penna proprio “Il momento di uccidere”!). Il senso di colpa diventa voglia di giustizia per Mick, l’uomo che difende solo i cattivi, l’uomo che ormai si sente dalla parte dei cattivi. Perfetta, dunque, la caratterizzazione del protagonista, grazie anche, e soprattutto, al lavoro di riduzione del regista Brad Furman, ispiratosi al romanzo di Michael Connelly “Avvocati di difesa”, e alla sceneggiatura “Italoamericana” di John Romano.

Al suo secondo lungometraggio, dopo “The Take” nel 2007, Brad Furman spiana la strada ai progetti terminati ed in attesa di distribuzione: “Cry Macho”, in cui rivedremo protagonista l’idolo Schwarzenegger, “Runner Runner”, con Justin Timberlake e Ben Affleck, e un documentario filmico sulla vita del criminale Pablo Escobar. Il suo ultimo “The Lincoln Lawyer”, distribuito in vari Paesi nel corso dell’anno, è già stato sottoposto ad operazione di doppiaggio in italiano. Speriamo non tardi ancora ad arrivare nelle sale.

VOTO 7/10
Marco Fiorillo
Piero Lorenzo Pisano   

martedì 17 aprile 2012

Il Punto del Weekend


La vera notizia è che il weekend appena passato abbia contato solo cinque pellicole. Perché di queste, nessuna supera le altre per qualità o innovazione, e il livello cala generalmente. Vediamo insieme i veri protagonisti del fine settimana.

I PROTAGONISTI
Dagli States arrivano due pellicole. Protagonista di “Bel Ami” Georges Duroy, squattrinato reduce della Guerra in Algeria, di ritorno nella Parigi di fine XIX secolo. Casualmente in un locale incontra Charles Forestier che gli regala i soldi necessari per un abito, fondamentale per il debutto in società: comincia per Georges, soprannominato Bel Ami per le sue doti di seduttore, la scoperta dell’universo femminile, della carriera, del potere. Come ogni opera senza tempo, “Bel Ami” di Guy de Maupassant torna ad essere periodicamente saccheggiata dallo Schermo, grande e piccolo. Questa volta tocca al tandem Donnellan- Ormerod che sceglie la strada della conduzione più che della riduzione: nonostante la loro rivisitazione pecchi in brillantezza, hanno il merito di liberare dal suo vampiresco passato Robert Pattinson, facendolo perfettamente interagire con le tre bellissime Uma Thurman, Christina Ricci e Kiristin Scott Thomas. Di ben altro respiro è, invece, “Battleship”, in cui un’avanguardia di cinque navi aliene approda sulla Terra direttamente dal Pianeta G, rintracciato dagli scienziati della NASA come papabile alternativa alla vita umana. Sulla strada della minaccia extraterrestre, il tenente di Marina Alexander Hopper e il suo “variopinto” equipaggio. Sci-fi dal chiaro respiro eroico, la Universal per il centesimo anniversario si affida alle magie tecnologiche della ILM (Industrial Light&Magic), alle idee di Peter Berg e alle penne dei fratelli Hoeber. Ottimo il lavoro degli addetti agli effetti, ampiamente sottotono gli altri tre, perché “Battleship” è un’accozzaglia di cose già viste, riproposte nella solita solfa epica a stelle e strisce.
Da una triplice collaborazione tra Italia, Francia e Romania prende vita “Diaz”. La pellicola ripercorre e rivive i terribili avvenimenti  che coinvolsero la scuola Diaz di Genova nel luglio del 2001, in occasione del G8. La vicenda sfrutta la partecipazione corale, permettendo ad ognuno d’essere protagonista e narratore, lasciando che siano sempre e solo i fatti i veri protagonisti e narratori. Il tutto nasce dall’esigenza di risposte di Domenico Procacci e Daniele Vicari che, a seguito di una lunga e laboriosa opera di ricerca e d’indagine, hanno sentito il bisogno d’usare la loro celluloide per dar voce a quell’oscura pagina di storia.
È il Vecchio Continente a far ancora da protagonista con le ultime due pellicole. Produzione francese è “Ciliegine”, in cui Amanda, delusa dal fidanzato, lo lascia alla vigilia del Natale ed estende quella delusione ad ogni rappresentante del genere maschile. La ritroviamo a poche ore dalla fine dell’anno, alterata da qualche bicchiere di troppo e da una buona dose di nostalgia e piegata al garbato e sensibile Antoine. Siamo all’esordio registico dell’italianissima Laura Morante, impegnata per l’occasione sia dietro che davanti le telecamere, nei panni proprio di Amanda. La permanenza di quel di Francia pesa sul suo nuovo impegno: un’opera bilanciata, morbida, dalla forte presa emotiva ma dal discreto respiro narrativo. Dall’Italia arriva, infine, “Poker Generation”, la storia di due fratelli del piccolo borgo siciliano di Scicli: fascinoso ed impulsivo giovanotto ossessionato dai film sulla mala italoamericana, Tony, introverso genio ai limiti dell’autismo, Filo. Accomunati solo dalla necessità di racimolare i soldi per le cure della sorellina e dalla passione per il poker, insieme lasceranno la famiglia per i fumosi club milanesi, ma divisi si ritroveranno ai tavoli del Malta Poker Dream. Ispirandosi alla storia vera del professionista Filippo Candio, Gianluca Minigotto dedica il suo primo lungometraggio alla mania e piaga della nostra generazione: quel gioco diventato improvvisamente sport e vana speranza per i tanti in ristrettezze. In casa, sui social network, al bar, su internet, nei club, a casa degli amici, il Texas Holdem ha invaso “poco responsabilmente” le nostre vite.

LE SORPRESE
Alla prima esperienze registica, si aggiudica la premiazione Laura Morante. Nata a Grosseto alla metà del secolo scorso, si avvia alla carriera artistica calcando i palchi teatrali, su cui esordisce con Carmelo Bene. Ben presto l’esordio cinematografico ed il trasferimento a Parigi, negli anni ’80: nella capitali acquista grande notorietà senza mancare i numerosi appuntamento offerti dalla penisola.

I FLOP E I TOP
Tra i pochi protagonisti della settimana, indichiamo i meno brillanti:
3°.    Terzo tra i cattivi, Gianluca Minigotto. Il regista de “Poker Generation”, esordiente nel mondo pubblicitario negli anni ’80, si ferma alla buona scelta del soggetto: lo declina in maniera opaca anche a causa del limitato impegno attoriale.
2°.    A seguire, Rihanna. La cantante barbadiana, dopo aver conquistato il mondo delle note, si convince di poter passare con lo stesso esito al Grande Schermo: si crede una moderna “Soldato Jane” ma anche da Demi Moore siamo molto lontani.
1°.    Primo flop è Peter Berg. L’attore e regista newyorkese assembla il suo “Battleship” come un frankestein, attingendo da film di genere e non, sperando che lo staff tecnico delle immagini possa fare il resto. La ILM  centra l’obiettivo ma non basta.
In ultimo, i migliori del fine settimana:
3°.    Bronzo a Laura Morante. La duplice prova da regista ed attrice fa rimpiangere la sua “fuga” all’Eliseo ma, per onestà intellettuale, va detto che probabilmente è galeotto il trasferimento parigino per la realizzazione di “Ciliegine”.
2°.    Premiazione corale per la ILM. Il laboratorio del’immaginazione fondato da George Lucas nel lontano Maggio del 1975 firma l’ennesimo capolavoro grafico, salvando il salvabile.
1°.    Primo posto del podio a Daniele Vicari. Sponsorizzato dal trittico Fandango, Le Pacte e Mandragora Movie, il regista di “Diaz” porta sullo schermo con potenza narrativa e filmica una delle pagine più nere del recentissimo passato italiano.

BOX OFFICE
La corazzata USS MISSOURI, capitana da Peter Berg, affonda il transatlantico di Cameron: “Battleship” si guadagna la vetta e 2.1 milioni superando, anche se di poco, la revisione 3D di “Titanic”. Fredda accoglienza sia per “Diaz” che per “Bel Ami”, entrambi più o meno a quota 600.000 euro.

Marco Fiorillo
Pier Lorenzo Pisano

Battleship (2012)

Taylor Kitsch: Ten. Alexander Hopper
Alexander Skarsgard: Stone Hopper
Liam Neeson: V. Amm. Shane
Brooklyn Decker: Samantha “Sam” Shane
Rihanna: Cora Raikes
Peter Mac Nicol: Segretario alla Difesa

Regia: Peter Berg
Sceneggiatura: Erich Hoeber, Jon Hoeber
Fotografia: Tobias A. Schliessler
Effetti Speciali: Industrial Light&Magic
Musiche: Steve Jablonsky


Gli scienziati americani del Progetto Beacon individuano un altro Pianeta in gradi di ospitare la vita umana, il Pianeta G con cui la NASA entra in contatto tramite satellite.
Alle Hawaii, i fratelli Hopper bevono ad un  bar: Alex perdente in canna sempre nei guai, Stone rigoroso ed assennato Capitano della Marina. All’ennesima bravata Stone non ha dubbi, ad Alex serve un cambiamento, una direzione. Ad Alex serve arruolarsi in Marina.
Qualche tempo dopo, gli Hopper sono insieme sull’attenti a bordo della storica corazzata USS MISSOURI, in occasioni dei giochi RIMPAC. Proprio durante l’evento, cinque oggetti distinti atterrano sul Pianeta: si tratta della risposta del Pianeta G. Gli Alieni sono pronti ad attaccare la Terra, e prima di tutto le navi della Marina impegnate nei RIMPAC.

I soliti invasori contro l’eroismo a stelle e strisce. L’Indipendence Day rivive ancora una volta sul Grande Schermo Hollywoodiano, come a voler testimoniare che quel 7 Dicembre 1941 le forze giapponesi hanno materializzato una paura mai sopita. Cambiano i nemici ma non l’antifona: dopo molte riproposizioni, forse troppe, oggi quello che conta è la spettacolarità. E allora emergono tutto l’impegno e la genialità degli artisti della ILM (Induastrial Light&Magic), il laboratorio del’immaginazione fondato da George Lucas nel lontano Maggio del 1975. Le incredibili animazioni cui danno vita fanno aimè a cazzotti con la scarsa partecipazione del resto dell’entourage, primi tra tutti regista e sceneggiatori. Perché Berg attinge un campo magnetico dal “vero” “Indipende Day” e porta davanti alle telecamere degli alieni abbigliati alla “Predator” e minacciati dall’agente naturale (non l’acqua di “Signs” ma la luce solare) e un giovanotto tutto cuore e “Top Gun” con la sua biondissima fidanzata, lasciando ai fratelli Hoeber il compito di scribacchiare qualche classico dialogo tra commilitoni: anche da loro, dopo l’ottima prova di “Red” ci si aspettava molto di più.
Sapere a metà del girato a cosa si va incontro non lede all’ottima esperienza sensoriale offerta ma di certo non l’amplifica rendendo univoca la qualità del girato. Quando, però, la maggior parte delle idee ne ricordano troppe già viste e il kitsch statunitense raggiunge il suo apice (la trionfale comparsa dei veterani della Marina, per intenderci) i molti dubbi che sorgono vengono zittiti dal più classico “Fuoco!”.

A prendersi l’onere della pellicola del 100° anniversario della Universal, come già detto, Peter Berg, attore di Piccolo e Grande Schermo prima ancora che regista, nel cui ruolo esordisce nel 1998 con “Cose molto cattive”. Davanti alle sue telecamere il canadese Taylor Kitsch, reduce dal successo de “John Carter”, il figlio d’arte Alexander Skarsgard, famoso soprattutto per la sua interpretazione di Eric Northman nell’ormai serie cult “True Blood”, la supermodella Brooklyn Decker, la cantante Rihanna e, dulcis in fundo, Liam Neeson e Peter Mac Nicol, usati poco e male perché da soli possano evitare l’ “affondamento della nave”.

VOTO 5/10
Marco Fiorillo
Pier Lorenzo Pisano

venerdì 13 aprile 2012

Cineanteprime

We Bought a Zoo
Matt Damon: Benjamin Mee
Scarlett Johansson: Kelly Foster
Thomas Haden Church: Duncan Mee
Colin Ford: Dylan Mee
Maggie Elizabeth Jones: Rosie Mee
Angus Mac Fayden: Peter Mc Cready
Elle Fanning: Lily Miska
John Michael Higgins: Walter Ferris

Regia: Cameron Crowe
Sceneggiatura: Aline Brosh Mc Kenna, Cameron Crowe
Soggetto: Benjamin Mee
Musiche: Jon Por Birgisson
Fotografia: Rodrigo Prieto



Giornalista estremo malato d’avventura che ha diviso la sua carriera tra interviste a dittatori e voli in mezzo a pericolosi tifoni, Benjamin Mee si ritrova ad affrontare la più dolorosa e faticosa delle prove: tirare avanti insieme ai due figli, Dylan e la piccola Rosie, dopo la morte della moglie Katherine. Così Benjamin lascia casa e lavoro e trascina la famiglia in un “nuova vita”, pur di dimenticare la perdita: i Mee diventeranno proprietari di un fatiscente zoo da rimettere a nuovo, solo per scoprire che il vero cambiamento viene dal profondo del proprio cuore

“La mia vita è uno zoo” (questo il titolo con cui il film verrà distribuito nelle sale italiane il prossimo 20 Aprile) ripercorre l’esperienza realmente vissuta dai Mee, raccontata proprio da Benjamin nel romanzo autobiografico “We Bought a Zoo” e già soggetto d’una serie in quattro episodi intitolata “Zoo”, trasmessa dalla BBC nel 2007. L’incredibile vicenda ebbe luogo nelle campagne del Devon, in Inghilterra, e registrò risvolti assai diversi rispetto alla sua riduzione cinematografica (tra tutti, il fatto che Katherine Mee partecipò alle trattative riguardanti lo zoo e spirò solo ad acquisto terminato), ampiamente rimaneggiata per essere più commercialmente fruibile dal pubblico statunitense. Eppure, tra le pieghe drammatiche ed eroiche della bandiera, il miracolo non perde la sua anima. Vuoi per la buona riproposizione registica di Crowe e Mc Kenna, doppiamente responsabili per la storia vera e per la versione romanzata, vuoi per la prova corale del ricchissimo cast, “We Bought a Zoo” centra l’obiettivo, emozionare.

A dirigere il tutto, il regista, sceneggiatore e attore statunitense Cameron Crowe, che ritrova il lungometraggio dopo ben sette anni dall’ultimo “Elizabethtown”. Ed un ritorno in grande stile il suo, come dimostrato dalle scelte di casting. Tra i tanti volti noti, domina quello di Matt Damon, sempre più “family man”, come dimostrato dalle parole che rivolge alle due figlie: “ Quando saranno adulte sarebbe bello se guardassero i miei film e li apprezzassero”. Al suo fianco la bellissima Scarlett Johansson, a breve di nuovo nella sale con l’attesissimo “The Avengers”, la sorella d’arte Elle Fanning, ormai completamente liberatasi del ruolo di controfigura della maggiore Dakota (fu il primo ruolo affidatogli da Steven Spielberg durante le riprese di “Taken”), il giovanissimo Colin Ford e Thomas Haden Church. Una menziona a parte la merita la piccola Maggie Elizabeth Jones che, nei panni di Rosie, riesce in un’interpretazione spontanea e delicatamente commovente.

Commedia familiare che trova la sua ragion d’essere proprio nella famiglia, “We Bougt a Zoo” ha l’onere ed il merito di “lasciar dietro qualcosa”, come ammette lo stesso Cameron Crowe. Anche nella peggiore tragedia, venti secondi di folle coraggio possono dare vita a qualcosa di straordinario. Questo è il lascito della pellicola, il suo merito, il suo onere.

VOTO 7/10
Marco Fiorillo
Pier Lorenzo Pisano

mercoledì 4 aprile 2012

Chronicle (2012)

Dane DeHaan: Andrew Detmer
Michael B. Jordan: Steve Montgomery
Alex Russel: Matt Garetty
Michael Kelly: Richard Detmer
Ashley Hinshan: Casey Letter

Regia: Josh Trank
Soggetto: Josh Trank, Max Landis
Sceneggiatura: Max Landis
Fotografia: Matthew Jensen
Montaggio: Elliott Greenberg
Scenografie: Stephen Altman

Anonimo studente all’ultimo anno di liceo, Andrew nasconde una difficile situazione familiare, con la madre ormai in fin di vita ed un padre incattivito dall’alcol e dalle sofferenze. Cerca e trova in un telecamera lo svago all’indifferenza dei coetanei e ai disagi emotivi. Dall’oggetto non si separa mai, nemmeno durante un rave party a cui arriva insieme al cugino Matt: proprio nel bel mezzo della festa Andrew, Matt e il popolare Steve rinvengono una strana caverna scavata dallo schianto di qualcosa. Da quella caverna i tre ragazzi escono cambiati, dotati di inspiegabili poteri. Le nuove abilità sconvolgono loro la vita, in particolare quella di Andrew che assaggia per la prima volta popolarità e felicità, dimenticando l’inevitabile confronto con i demoni che si porta dentro.

Se ci si fermasse ai primi venti minuti di visione, “Chronicle” sarebbe semplicemente l’ennesimo sci-fi commerciale girato in presa diretta, dal finale scontato e dallo scarso respiro narrativo. È arrivando fino ai titoli di coda che il primo lungometraggio di Josh Trank dimostra la sua vera essenza. Il mockumentary viene progressivamente a miscelarsi al montaggio in found footage (termine che indica film realizzati interamente o quasi con un metraggio preesistente, poi riassemblato in un altro contesto), creando un binomio unico: per tutta la durata del girato le riprese vengono effettuate utilizzando le telecamere messe a disposizione dalle stesse ambientazioni, dalle videocamere di sorveglianza al filmino amatoriale durante una festa di compleanno, innovando una tendenza, quella del semplice mockumetary, che cominciava ad annoiare.
Alle abilità di Trank vanno sommate quelle dello sceneggiatore Max Landis, responsabile delle fantastiche caratterizzazioni dei personaggi, su tutti Andrew e suo padre. Il delirio di onnipotenza del primo e la morbosa sofferenza del secondo giocano a rincorrersi sullo schermo, descrivendo sottilmente l’intricata e dolora  relazione padre-figlio che, a tratti, ci fa dimenticare d’essere dinanzi ad un film di fantascienza. A tal proposito, un ruolo fondamentale lo gioca Dane de Haan, nei panni del potente Andrew: dopo la gavetta teatrale e il successo televisivo (“True Blood” e “Law&Order”), approda al Grande Schermo proprio con “Chronicle”. Buona la prima, speriamo che rispetti le aspettative.

VOTO 7/10
Marco Fiorillo
Pier Lorenzo Pisano 

Il Punto del Weekend


Il finesettimana alla vigilia delle festività pasquali regala una buona parentesi cinematografica, registrando la presenza di meno pellicole (comunque sette in totale) ma di una migliore qualità generale oltre che di d’una più equa distribuzione territoriale, con ben sei nazioni in gioco.

I PROTAGONISTI
Esperimento meta- artistico quello operato in “I Colori della Passione”, pellicola che segue la vita di alcuni dei cinquecento personaggi rappresentati nel 1564 da Pieter Brugel Il Vecchio nel suo dipinto “Salita al Calvario”; il tema dominante è l’avvicinamento di Cristo al luogo adibito alla crocifissione, sullo sfondo delle Fiandre di dominazione spagnola contemporanee al pittore. Il regista polacco Lech Majewski attinge direttamente dalla tela de Il Vecchio, ispirandosi inoltre al volume “The Mill and the Cross” di Michael Francis Gibson, storico dell’arte che l’ha accompagnato nel viaggio alla scoperta del pittore. Un iter verso i migliori trascorsi artistici che continuerà con un’opera dedicata al “nostro” Dante, come già annunciato dallo stesso regista. La produzione polacco-svedese è stata presentata con enorme successo al Sundance Film Festival del 2011.
Dagli States arriva, sorprendentemente, una sola pellicola. Si tratta di “La Furia dei Titani”sequel del poco fortunato “Scontro tra Titani” che riprende, a dieci anni di distanza, le avventure di Perseo, questa volta alla prese con la fuga di Kronos dalla tartarea prigione, grazie all’aiuto di Ade e Ares:  solo il semidio figlio di Zeus può salvare l’Ellade dalla distruzione. Sostituiti Luois Leterrier, Travis Beacham, Phil Hay e Matt Manfredi, Liebesman e Co. riprovano l’ ”impresa” di mescolare sapientemente la resa artistica del 3D alla narrazione avvincente e movimentata. Se l’obiettivo estetico è perfettamente raggiunto, la narrazione si trascina monotona e statica, si arena per giunta, e ciò che resta è una gran confusione e nulla più.
Ampiamente insufficiente la partecipazione spagnola del finesettimana. In “Paranormal Experience” un gruppo di studenti accettano le provocazioni di un autoritario professore e raggiungono la cittadina di Whisper per verificare ed eventualmente indagare oscure presenze paranormali. La scettiche sorelle Angela e Diana vedranno i loro trascorsi prender forma durante la “gita”. Horror slasher arricchito solo dalle tre dimensioni (è la prima produzione iberica interamente in 3D), “Paranormal Experience” non aggiunge veramente nulla ad un genere già malamente abusato: la monotona conduzione registica, i tardivi spaventi (a più di metà di un girato di soli 86 minuti!), gli scialbi tentativi scenografici e le scarsi dotti attoriali ne fanno un inutile spreco.
Non potevano essere più diverse tra loro le due pellicole made in Italy. Impegnato e serioso, “Romanzo di una Strage” rievoca il tragico attentato di Piazza Fontana del 12 Dicembre 1969, e lo fa attraverso le storie di Giuseppe Pinelli e Luigi Calabresi. Ferroviere e animatore del Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa, il primo, vice responsabile della Polizia Politica, il secondo, si troveranno ai due capi d’un tavolo d’interrogatorio ma a farne le spese saranno entrambi. La rievocazione cinematografica d’una delle pagine più nere della nostra storia recente operata da Marco Tullio Giordana, ispiratosi inoltre al libro “Il Segreto di Piazza Fontana” di Paolo Cucchiarelli, e l’ottima prova del tandem Mastandrea- Favino fanno di “Romanzo di una Strage” il cinema italiano di cui ci si può vantare. Tutt’altro discorso vale per “Buona Giornata”, racconto tutto d’un fiato delle 24 ore di alcuni “rappresentanti” regionali della penisola, da Milano a Roma, da Napoli a Verona, passando per Bari e Firenze. Superato il cinepanettone, la “minaccia Vanzina” sembrava sventata almeno per un altro paio di mesi, e invece Carlo ed Enrico accompagnano anche la Pasqua con l’ennesimo trionfo del cattivo gusto. A nulla servono le prove, sufficienti almeno a sprazzi, di De Sica, Abatantuono e Banfi.
Speculari ma d’origini diverse le ultime due pellicole del finesettimana. Agathe, raffinata quanto odiosa signora di Parigi che vive d’arte e borghesia, e Patrick, alcolizzato volgare e con la fissa del sesso che vive di piccoli lavoretti casalinghi, sono i protagonisti di “Il Mio Miglior Incubo”, la più classica pellicola francese: una commedia dal sapore sociale, fatta d’ironia amara e peripezie impossibili. In “Marigold Hotel”, invece, un gruppo di pensionati britannici abbandonano le loro vite per il lusso promesso dall’illusoria brochure d’una residenza nel cuore del Rajasthan. Nonostante la quasi totale inadeguatezza della struttura, è proprio tra quelle stanze che gli anziani ritrovano la voglia di continuare. Anche in questo caso possiamo parlare di commedia classica, ma dallo spirito tutto britannico, dall’andamento della narrazione alla pulizia registica, dalla standardizzazione dei caratteri all’ottima prova del cast tutto inglese, tra cui le colonne Judi Dench, Maggie Smith, Bill Nighy, Tom Wilinkson. Due pellicola belle ma non innovative: il trionfo della buona tradizione europea.

LE SORPRESE
Britannico d’origini keniote, Dev Patel si aggiudica la nomina del weekend. Dopo la partecipazione alle prime due stagioni della serie “Skins”, si mette in mostra davanti agli occhi del Mondo interpretando Jamal Malik nel grande successo del 2008 “The Millionaire”. Prima dell’ultima apparizione in “Marigold Hotel” solo il ruolo di villain in “L’Ultimo Dominatore dell’Aria”.

I FLOP E I TOP
Le dolenti note:
3°.    Ultimo tra i peggiori, Jonhatan Liebesman. Gli vengono affidati i Titani e lui ne esalta solamente l’epicità sensoriale: spettacolari gli effetti, ma quando le luci si riaccendono in sala rimangono solo quelli.
2°.    Podio familiare per i Fratelli Vanzina. Esaltano i peggiori costumi della penisola, facendo sorgere il sospetto che più di raccontarli, in tutti questi anni, non abbiano fatto altro che istigarli.
1°.    Sul podio dei cattivi un’altra coppia, quella formata da Viczaino e Padro. Rispettivamente regista e sceneggiatore di “Paranormal Experience”, riescono a rallentare il mercato cinematografico spagnolo che si era dimostrato sempre all’altezza nel passato più recente.
Dulcis in fundo, i migliori del weekend:
3°.    Solo bronzo per Marco Tullio Giordana. Il cineasta milanese riesce a imprimere su pellicola il nostro “Kennedy- Day”, evitando inutili sentimentalismi e donando alla vicenda i giusti tempi, la giusta resa, il giusto spirito: quello di 33 anni di indagini che ancora non hanno portato a niente
2°.    Secondo posto del podio al polacco Majewski. Con “I Colori della Passione” di sicuro non da avvio ad un genere, ma recupera una tipologia registica di nicchia: una scelta che basterebbe a motivarne l’esaltazione, anche senza tener conto dell’estrema qualità che caratterizza tutto il girato.
1°.    Aurea premiazione per Anne Fontaine. Il grande merito della regista di Lussemburgo è quello di unire davanti alle stesse cineprese Benoit Poelvoorde e Isabelle Huppert : ne conosce i caratteri ed il talento, li mescola nel giusto dosaggio stillando un’altra piccola perla di Cinema.

BOX OFFICE
Con 1.2 milioni scatta in testa “La Furia dei Titani”, che riesce anche nell’impresa di staccare i Vanzina con “Buona Giornata”, comunque in seconda posizione. Continua il dominio, non più sorprendete, di “Quasi Amici” mentre trovano accoglienza meno calorosa “Romanzo di una Strage” e “Marigold Hotel”.

Marco Fiorillo
Pier Lorenzo Pisano  

domenica 1 aprile 2012

La Furia dei Titani (2012)

Sam Worthington: Perseo
Liam Neeson: Zeus
Ralph Fiennes: Ade
Danny Huston: Poseidone
Rosamund Pike: Andromeda
Edgar Ramirez: Ares
Bill Nighy: Efesto
Toby Kebbell: Agenore

Regia: Jonhatan Liebesman
Soggetto: Beverly Cross, Greg Berlanti, Dan Mazeau, David Leslie Johnson
Sceneggiatura: Dan Mazeau, David Leslie Johnson
Fotografia: Ben Davis
Montaggio: Martin Walsh
Scenografie: Charles Wood
Costumi: Jany Temime
Musiche: Javier Navarrete

A dieci anni dalla mitica sconfitta del Kraken, Perseo conduce la propria vita da mortale pescatore, crescendo da solo il figlio Helios, dopo la prematura dipartita della moglie. La tranquillità di tutta la Grecia viene, però, messa a repentaglio dalla nuova alleanza stabilita tra Ares e Ade, inviperiti contro Zeus e decisi ad aiutare Kronos a liberarsi dalla sua prigione nel Tartaro. La debolezza degli Dei rimasti destina la salvezza del Mondo nelle mani di Perseo, cui si uniranno la bella regia Andromeda e il semidio Agenore.

Quando, nel 1981, Beverly Cross consegnò a Desmond Davis la sceneggiatura di “Scontro tra Titani”, non immaginava di certo che avrebbe continuato ad alimentare la fame di eroismo della Hollywood contemporanea. Prendendo le mosse dal poco esaltante (per fattura ed accoglienza mediatica) “Scontro tra Titani” del 2010, il regista Jonhatan Liebesman e il gruppo di scrittori Greg Berlanti, Dan Mezeau e David Leslie Johnson riprendono le vicende di Perseo e della sua divina famiglia, in un’Ellade in green screen.
Sostituiti Luois Leterrier, Travis Beacham, Phil Hay e Matt Manfredi, Liebesman e Co. riprovano l’ ”impresa” di mescolare sapientemente la resa artistica del 3D in presa diretta alla narrazione avvincente e movimentata. Se l’obiettivo estetico è perfettamente raggiunto, grazie anche alla nuova conduzione registica (vedi le panoramiche nel Tartaro e i voli di Pegaso), l’attenzione dello spettatore scema troppo rapidamente per non essere più ridestata. La narrazione si trascina monotona e statica, si arena per giunta mancando di idee vere e proprie, sostituite da rivisitazioni storiche- mitologiche che lasciano veramente a desiderare. Ciò che resta è una gran confusione e nulla più.

I cambiamenti dello staff tecnico vengono bilanciati dalla quasi totale conferma del cast del primo episodio della guerra titanica. Ritroviamo Sam Worthington nella tunica di Perseo, Liam Neeson, Ralph Phiennes e Danny Huston nei ruoli dei fratelli divini Zeus, Ade e Poseidone; si aggiungono la bella Rosamund Pike, nei panni dell’Andromeda precedentemente interpretata da Alexa Davalos, Edgar Ramirez, il britannico Toby Kebbell, che aggiunge tacche alla cintura dopo le tante incursioni degli ultimi anni, ed il senatore Bill Nighy.

L’occasione è utile per riflettere nuovamente sui cambiamenti conseguenti all’avvento dell’ “Era 3D”. Galeotto fu “Avatar” che, nell’ormai lontano 2009, rese la terza dimensione alla portata di tutti i fruitori delle sale comuni. Da quell’uscita, il Grande Schermo ha condotto un iter sempre più degradante, un percorso che ha previsto il solo sviluppo dei concetti grafici, delle tecniche artistiche, annullando lentamente ma con costanza il momento dell’ideazione, della scrittura. Così sono fioccate riedizioni, sequel  prequel, reebot e chi più ne ha più ne metta. A tre anni dal viaggio a Pandora, il voler realizzare un film di presa visiva, quando tutti realizzano film di presa visiva, non può continuare ad essere una scusa per abbassare la qualità di soggetti e sceneggiature. Quella che doveva essere una rivoluzione di belle speranze è diventata una triste realtà che alimenta il mercato e nulla più.

VOTO 5/10
Marco Fiorillo
Pier Lorenzo Pisano